La ricetta svizzera per giovani e lavoro: “Il primo impiego a 30 anni? E’ tardi”

Il direttore generale della Supsi Franco Gervasoni racconta i primi 20 anni dell'università e le sfide per il futuro con un occhio rivolto all'Italia

«Spesso formulare la domanda giusta è più importante di trovare una risposta. Ciò che manca è la struttura mentale per costruire buone domande».

La Supsi compie 20 anni e si ispira alla filosofia che “solo il dubbio stimola la vera conoscenza”.

Franco Gervasoni ha visto nascere la Scuola Universitaria Professionale della Svizzera Italiana e oggi siede sulla poltrona di direttore generale dell’ateneo.

Mercato del lavoro, cambiamenti, formazione, realtà produttive sono alcuni dei temi dell’intervista che potete leggere e ascoltare anche qui.

Il modello svizzero

«Noi formiamo per il mercato del lavoro -racconta- e le imprese sono contente di assumere ragazzi che si sono formati qui». Un sistema, quello della Supsi, integrato nel territorio e al servizio delle imprese locali: non è infatti un caso che l’80% dei 7.500 laureati lavori proprio all’interno del Cantone Ticino. Un rapporto costante con le imprese al punto che c’è un filo conduttore che collega ogni corso: lo stretto collegamento tra la scuola e il mondo del lavoro.

Il modello svizzero prevede così «una compenetrazione in una miriade di forme diverse» che spazia dalla formazioni in parallelo alle attività pratiche durante i corsi passando per i progetti in azienda e gli stage, esperienze che da un lato «permettono agli studenti di capire cos’è il mondo del lavoro e quali sono le sue esigenze» mentre alla scuola serve per «non perdere il contatto con questa realtà».

Un metodo a cui però si aggiunge una filosofia: “solo il dubbio stimola la vera conoscenza”. Secondo Gervasoni infatti «spesso formulare la domanda giusta è più importante di trovare una risposta, che più o meno si trova» mentre «ciò che manca è la struttura mentale per costituire buone domande». Proprio per questo «noi cerchiamo di costruire con lo studente il modo di pensare» che porta poi «alla curiosità verso la conoscenza».

Il cambiamento, le sfide, tra chiusura e digitale

Un’università al servizio del territorio deve fare i conti con un mondo che cambia molto velocemente, con un ritmo di molto superiore a quello che gli atenei riescono a metabolizzare. E così la sfida della digitalizzazione e dell’informatica è una delle più grandi tra quelle che Supsi sta affrontando e che deve declinare in più aspetti, dal capire come adeguarsi alle nuove capacità dei nativi digitali fino allo stare al passo con le aziende, passando per l’aggiornamento professionale dei docenti. «La digitalizzazione privata va ad una velocità supersonica, quella a scuola è lentissima -dice Franco Gervasoni- ma quando poi devi capire come operare non è certo facile».

Franco Gervasoni

Come se tutto questo non bastasse, c’è un altro elemento che complica le cose: la politica. «Viviamo in una situazione in cui la pancia si muove in una direzione molto chiusa» mentre la «realtà delle aziende guarda sempre più al globale», non il meglio per un’università che si ripromettere di essere «un’antenna che intercetta quello che si muove sul piano globale per rendere sempre più competitivo il locale».

La prospettiva dell’Italia

In tutto questo l’Italia per Gervasoni non ha una strada facile. Il tema della formazione professionale di base, «un percorso duale che da noi inizia dopo la scuola dell’obbligo, vi accompagnerà per tantissimi decenni» per cercare di creare «un sistema dove scuola e realtà produttive lavorino insieme il più presto possibile, perchè a 30 anni è tardi».

Ma secondo il Direttore Generale della Supsi l’Italia corre anche un altro rischio, «che può avere riflessi sociali per intere generazioni»: la selezione degli atenei. «Sempre più spesso i curricula sono a numero chiuso -analizza Gervasoni- ma più fai selezione lì più ti ritrovi migliaia di studenti dispersi in una marea di discipline che non hanno un futuro sostanziale nel sistema produttivo». E così se in Svizzera «l’80% dei ragazzi ha in mano un attestato professionale» in Italia «ci sono laureati in filosofia che a 35 anni sono in cerca del primo impiego».

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 21 marzo 2017
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  1. Scritto da Giusbe

    Il Prof. Gervasoni ne parlerà domani sera mercoledì 22 al Kiwanis Varese. Chi fosse interessato può partecipare alla cena c/o Ristorante 2 Lanterne di Induno Olona via Ferrarin 25 alle ore 20,00 al costo di 35 Euro con preavviso a: giusbertini@gmail.com