L’aria che tira tra i renziani al Lingotto

Spunti, idee e impressioni viste da vicino a margine della kermesse del Pd

Lingotto, il popolo di Renzi

Vedendola da fuori la kermesse di Matteo Renzi organizzata al Lingotto per lanciare la sua ricandidatura alla segreteria, sembrerebbe una bolgia, una rissa di dichiarazioni, blog, repliche e contro repliche.
Ma il clima al Lingotto, invece, è straordinariamente rilassato: il gran finale di questa mattina con il discorso di Matteo Renzi  é  la chiusura di una tre giorni in cui militanti del PD di Renzi si sono incontrati e hanno discusso con una certa serenità, e anche con una fiducia che sembrava persa dopo la batosta referendaria del 4 dicembre.

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Lingotto, il popolo di Renzi

I militanti che sostengono Matteo Renzi si aggirano per il Lingotto e sembrano tornati tranquilli, soprattutto dopo il discorso di venerdì del candidato segretario, che ha sostanzialmente detto a tutto il popolo renziano che il capo c’è e resterà in campo per tanto tempo dando un segnale di stabilità e fiducia all’ambiente che mancava da almeno tre mesi. A pelle sembra che si sia entrati in una nuova fase, abbandonato il messaggio rivoluzionario del primo Renzi, ci si trova di fronte un Renzi stabilizzatore, meno Leopolda e più partito, concentrato  intorno a una piattaforma che ruoterà inevitabilmente su quanto effettuato dal suo governo negli scorsi tre anni, non appena si sarà tolto di dosso la patina di perdente, pasticcione e personalizzatore, inevitabile contraccolpo del referendum perso.

Rimane tutto il contorno mediatico del solito PD e dei suoi innamorati delusi, fatto di liti e correnti, gelosie ed egocentrismi, e il rimprovero che arriva da più parti di dividersi spesso solo per cordate di amicizia e non su contenuti.
Nonostante questo  al Lingotto, sul palco e nel parterre, c’è soprattutto il PD, con tantissimi amministratori locali di tutta Italia. E non i nani e le ballerine.

Renziani e neorenziani

La pattuglia proveniente da Varese, per stare sul locale, si divide fondamentalmente in due squadre; il gruppo di Alessandro Alfieri e Samuele Astuti, presenti con una loro base di militanti storici c’é. Il leader é il segretario regionale Alessandro Alfieri, il segretario provinciale Samuele Astuti é il suo braccio destro, seguono il capogruppo in provincia Bertocchi, e sindaci Corbo di Besnate e Fazio di Germignaga, l’onorevole Senaldi, Brugnone e Mariani di Busto Arsizio.

Lingotto, il popolo di Renzi

(foto, Astuti e Alfieri)

E c’é poi un piccolo gruppo che rappresenta il partito di Varese ormai entrato nella galassia renziana.
I parlamentari Maria Chiara Gadda, l’assessore Roberto Molinari di Varese, il gruppo in sostanza del sindaco di Varese Galimberti, presente al Lingotto, e del sindaco di Comerio Silvio Aimetti. Occhio a questi due schieramenti, perché nei prossimi due anni tutto si giocherà nello scontro-confronto tra i renziani che potremmo definire apostolari, cioè giunti a Renzi nel momento della formazione della nuova religione e i neorenziani arrivati successivamente, nel momento in cui il verbo rivoluzionario, divenuto religione del partito, comincia essere oggetto di interpretazione da parte dei seguaci.

No yesmen

Scherzi a parte, la sensazione è che la Quaresima seguita al carnevale del 4 dicembre, in cui lo scherzo per Renzi, appunto, è stato davvero pesante, sia finita e il partito, o meglio quella parte del PD che riconosce in maniera nettissima la leadership dell’ex sindaco di Firenze, sia pronta a rivendicare una nuova azione riformatrice, a partire dalle leggi realizzate nei tre anni di governo Renzi, corrette da una narrazione più sociale e verso sinistra (non a caso Renzi ha usato la parola compagno) e soprattutto dall’ingresso in segreteria, e nei gruppi dirigenti, di politici meno yesman e più legati al merito e alla propria storia politica.

Lingotto, il popolo di Renzi

Lo ha chiesto con forza ad esempio il governatore di Piemonte Chiamparino, dipende solo da Renzi, ora, ascoltare la richiesta che arriva da larga parte del suo popolo di smetterla con i deputati “ciaone” e le figurine.

In generale non tira una buona aria per questi chierici obbedienti e adesso che la parola d’ordine sembra essere collegialità tornano sul palco quelli che parlano di politica.
Se sono rose fioriranno. La stampa in generale é un po’ scettica (ma lo deve essere per definizione) e molti rimarcano come alla fine Matteo Renzi sia quello di sempre e continuerà a governare il partito allo stesso modo.

La rifondazione della sinistra

Curioso invece come la base sia nuovamente entusiasta della linea del segretario e come sia rassicurata dal fatto che la leadership di Renzi sia ancora in campo con le stesse parole d’ordine, più o meno, pre referendum. Probabilmente la forza aggregante del renzismo è inferiore rispetto al passato, ma il nocciolo duro, che é minoranza nel paese, è forse nettamente maggioranza nel PD. Il patto sembra essere più rinsaldato e molti sono convinti più di prima, e persino più decisi a resistere a tutti gli attacchi sulla persona e sull’idea di riforme portate avanti da Renzi negli ultimi anni. Siamo alla rifondazione renziana e riformista.

Non è un caso che tra i relatori della due giorni di Torino, siano usciti di scena alcuni testimonial figurine presenti spesso alla Leopolda. Emblematico che ci siano stati più interventi di esponenti anche eterogenei ma provenienti dall’esperienza multiforme del PD, peraltro applauditissimi come il governatore della Campania Vincenzo De Luca (o il suo imitatore) che si è assunto il consueto ruolo di sbattere in faccia alla gente la realtà del sud, della povertà, della necessità di ritornare a un linguaggio popolare abbandonando la fighetteria classica della classe dirigente piddina. Insieme a De Luca, esponente ex comunista, sono stati proprio gli interventi dei vecchi militanti di sinistra che hanno scosso di più la platea. Pieno di foga. Anche nella mattinata di domenica (Luigi Berlinguer ha urlato come un tenore per tutto l’intervento).   In genere esponenti provenienti dall’antica area migliorista della vecchia sinistra. Il governatore del Piemonte Chiamparino ha attaccato duramente gli scissionisti e li ha accusati sostanzialmente di aver tradito, dal momento in cui si sono manifestate le prime difficoltà del progetto politico di Renzi. Lo studioso dell’Istituto Gramsci Beppe Vacca ha parlato con passione straordinaria della necessità per i democratici di raccontare meglio che cosa siano essi al paese e di esercitare una narrazione autonoma da quella scandalistica con cui viene sempre raccontata la sinistra in Italia. Un argomento decisivo, se si pensa che anche in platea molti non ricordavano che é stato il governo Renzi ad abolire le dimissioni in bianco, come ha urlato dal palco Teresa Bellanova, sottosegretario pugliese particolarmente amata dalla platea renziana, sindacalista orgogliosamente di sinistra, ma strenuo difensore delle riforme effettuati in questi tre anni dal governo di centro sinistra.

Che siano proprio queste voci profondamente legate all’esperienza della vecchia sinistra, ma tenacemente aperte al nuovo, sembra essere una delle cifre più emblematiche della ricerca per Matteo Renzi di una nuova legittimazione dentro il percorso collettivo della sinistra storica riformista. Come ricordato proprio da un anziano intellettuale cone Giuseppe Vacca, è stato Renzi a dare al partito democratico una identità definitiva, iscrivendolo finalmente alla famiglia dei socialisti europei, operazione che non era riuscita prima. E persino Dario Franceschini, ha iniziato il suo intervento ricordando quanto il dibattito sia oggi capire che tipo di sinistra sia il partito democratico di Renzi, spiegando che da giovane quando entró nella democrazia cristiana nel suo gruppo si discuteva se la sinistra DC doveva essere la sinistra del partito o la sinistra nel partito.

Sintetizzando, il sottofondo di tutti gli interventi del lingotto è stato sostanzialmente quello di ricercare un’egemonia della sinistra italiana, rimarcando il fatto che senza il PD di Renzi in Italia non esiste alternativa riformista che governi.
Il più contemporaneo in questo senso è stato l’applauditissimo intervento di Maurizio Martina, il vice di Renzi, un intervento molto deciso, molto appassionato, che ha rivendicato tutto ciò che ha fatto finora il governo e lo ha iscritto al programma ideale della sinistra del futuro. O come l’ha definita lui, della sinistra riformista che si sporca le mani e cambia le cose.

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Pubblicato il 12 marzo 2017
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