Matteo Spertini, il fotografo, autostoppista e aiuto-pastore al Maga

Inaugura sabato 1 aprile la mostra personale del vincitore del Premio Riccardo Prina con un racconto per immagini di un anno passato in Siberia

Arte - Mostre

Fotografo, grafico, autostoppista e aiuto-pastore. Si definisce così Matteo Spertini vincitore del Premio Riccardo Prina del 2016 che presenta al Museo MAGA Gallarate dal 1 aprile al 1 maggio la mostra personale QUESTO IL PRESIDENTE NON LO SA. La Siberia e i suoi orfanotrofi con testo introduttivo di Riccardo Blumer.

La mostra è il risultato di un diario di un anno passato in Buriazia, una repubblica russa incastrata in fondo alla Siberia. Un racconto fatto di fotografie mie e loro, che descrive un tesoro invisibile agli adulti e persino ai servizi segreti, custodito con innocenza tagliente e pericolosa negli orfanotrofi siberiani, dai loro giovani ospiti. Mostra nel Festival Fotografico Europeo, organizzato da Claudio Argentiero presidente dell’Archivio Fotografico Italiano.

La mostra inaugura sabato 1 aprile ore 18.00 orari da martedì a venerdì 9.30 – 12.30 | 14.30 – 18.30 sabato e domenica 11.00 – 19.00 | lunedì chiuso.

«Il concorso Riccardo Prina ha la particolarità – spiega Riccardo Blumer – di chiedere un racconto fotografico. Le disquisizioni in giuria attorno a ciò che significhi racconto per un fotografo sono sempre interessanti e rimbalzano tra il bisogno di riconoscere inizio-fine e svolgimento, piuttosto che la sequenza, la grafica e la geometria che riunisce gli scatti. Come per un libro si discute sulla tecnica specifica fotografica quale la stampa, i colori, i contrasti o la carta, le rielaborazioni post-produzione e la sua relazione con il “vero” oppure sull’argomento dei soggetti, la scelta del contesto di vita umana o naturale o altro che il fotografo ha selezionato. Matteo Spertini non è vincolabile a nessuno di questi punti come quello qualificante il suo lavoro, in parte li nega, in parte li usa mischiandoli tutti. Il suo racconto di confine territoriale ed umano non è ideologico, non spaventa e non critica, viene mostrato come una conoscenza, un’esperienza senza urla e scandalo, ci trasporta in qualche cosa che è diverso da noi e che succede. La sua vita e il suo lavoro producono gli scatti o come per tutti gli uomini che lavorano sull’espressione creativa il contrario, producendo conoscenza attraverso l’atto. Quando una fotografia ti piace afferma Matteo candidamente che l’ha fatta un ragazzo dell’ orfanatrofio a cui periodicamente dava macchinette usa e getta; quando vedi un uso del flash che sembra un errore, o inquadrature apparentemente non calibrate, direi la sensazione casuale del lavoro tutta la serie prende significato unitariamente. Ecco il racconto: una fotografia è legata all’altra in modo difficilmente separabile dal tutto, sono parole, appunto “scatti” che nell’insieme ti fanno sentire lì in quel posto nei problemi e nelle meraviglie misteriose di province lontane senza nessun giudizio, come se per primi fossimo con lui autori a nostra volta. Ci sentiamo fotografi, perdiamo la relazione tecnica con la pratica e ci sembra di averla scritta noi. Una forma vagamente simile ad un racconto letterario azzeccato, o sbaglio?

Matteo Spertini nasce nel 1988 sulla riva di un lago molto profondo. Si laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Brera, Milano con Erasmus all’Ecole Nationale des Beaux Art et Design de Dijon, France, ha inoltre un master in fotografia documentaria alla John Kaverdash Accademia di Fotografia, Milano. E’ autore, insieme all’antropologo Paolo Grassi e al fotografo Christian Parolari, di L’Europa deporta. Richiedenti asilo nella rete del Regolamento di Dublino Ombre Corte, Verona 2016. Matteo racconta storie con fotografie e alcune parole. Schiettezza e intimità sono i tratti principali del suo lavoro.

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Pubblicato il 29 marzo 2017
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