Odwalla, i cappellai matti del jazz amano le percussioni

“Odwalla Tempus Fugit" del critico musicale Davide Ielmini racconta il percorso musicale del gruppo di Massimo Barbiero. Sarà Presentato sabato 25 marzo nell'ambito Open Papyrus Jazz Festival di Ivrea

confartigianato generiche

La città di Ivrea in provincia di Torino nel secolo scorso è stata sinonimo di innovazione, tecnologia e cultura raffinata al servizio del popolo. E la stirpe degli Olivetti, imprenditori talentuosi e aperti al nuovo, ha dato un contributo importante a generare questo dna, consapevoli del fatto che per progredire, soprattutto nell’arte, occorre  sperimentare senza disconoscere le proprie radici. Solo così si può spiegare la longevità dell’Open Papyrus Jazz Festival creazione del musicista Massimo Barbiero, giunto quest’anno alla sua 37ma edizione.

Nella lunga avventura di questo festival una parte di quelle radici risalgono fino a Varese. Fondamentale è il ruolo giocato dall’etichetta indipendente Splasc(h) Records, da 35 anni punto di riferimento del jazz italiano, e dei suoi patron, Peppo Spagnoli e Luigi Naro, frequentazioni discografiche di Barbiero e del suo gruppo di percussioni Odwalla e del quintetto Enten Eller.

Altrettanto importante è il racconto che di quell’universo musicale è stato fatto dalla critica musicale. Il nome che spicca è quello di Davide Ielmini (foto), giornalista-scrittore, che negli ultimi vent’anni ha firmato pezzi importanti e pubblicato saggi che hanno lasciato il segno nell’universo del jazz e non solo (ricordiamo l’omaggio al grande Giorgio Gaslini). Quando Barbiero ha deciso che era venuto il momento di raccontare la storia della “tribù di percussioni” Odwalla, si è ricordato di un saggio scritto da Ielmini che aveva saputo cogliere tutta la diversità di un festival in grado di accogliere e valorizzare i “cappellai matti” del jazz.

Ielmini, che come critico musicale è un mix di geniale intuizione e tenace meticolosità, ha ascoltato e riascoltato i dischi di Barbiero alla ricerca di connessioni temporali e musicali con altri compositori per tracciare una mappa inedita del mondo di Odwalla. Alla fine di questo percorso di ricerca è nato il saggio “Odwalla Tempus Fugit”, non un semplice omaggio a Barbiero, ma la sintesi di un percorso musicale originale. Un lavoro denso, accompagnato dalle foto di Davide Bruschetta e Luca d’Agostino. Un’esplosione di energia e colore raccolta in una pubblicazione curata nel formato e nella grafica.

Il critico parte da un assunto apparentemente spiazzante: una musica può essere moderna quanto più è primitiva e arcaica. Per dirla con le parole raffinate di Ielmini: «Odwalla è una musica nella quale la tonalità ha sempre la sua importanza, il tempo ne ha, la forma anche. Ma solo se inseriti in una ragnatela nella quale ogni filo si caratterizza per il suo essere anche modale, blues, contemporaneo-colto, europeo e americano, indiano e africano. Orientale»

La longevità creativa dell’ensemble di Barbiero, secondo il critico, è spiegabile perchè «Odwalla è un continuo fiorire di tradizione e progresso» attinge cioè alla grande lezione musicale del Novecento, da Stravinsky a Varèse, dall’Art Ensemble of Chicago a Max Roach con il suo M’Boom, e al tempo stesso ricerca «il seme antico del suono».

Il saggio verrà presentato sabato 25 marzo, alle ore 18, nella Sala S. Marta. Ad aprire l’incontro, gratuito, sarà Maurizio Franco (insegna Storia ed Estetica del Jazz e Analisi delle Forme Compositive e Performative Jazz ai Civici Corsi di Jazz di Milano e ai Conservatori di Parma e Como) con alcune riflessioni su Odwalla. A seguire, alle 22 e 15, il concerto di Odwalla & Baba Sissoko, ritmi che si muovono all’interno delle grandi tradizioni europea, americana, africana e indiana.

E poi c’è l’Open Papyrus Jazz Festival che si terrà il 23, 24, 25 marzo e il 1° aprile a Ivrea e Chiaverano. Un miracolo che si ripete da 37 anni nonostante il budget non sia faraonico.«Forse anche la parola jazz oggi può essere fraintesa, ma da anni l’inserimento di danza, recitazione, fotografia, convegni e mostre – conclude Massimo Barbiero – ci permette di rendere il festival più “trasversale”. Certo con centinaia di migliaia di euro è forse più semplice, ma da sempre crediamo che quel che conta sono le idee e gli uomini che le realizzano, che si riconoscono in quel progetto e in questo modo di resistere».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 22 marzo 2017
Leggi i commenti

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Segnala Errore