Rapina in villa, testimone diserta: “Temo per la vita”

Uno degli uomini del commando che assaltò la casa di Caterina Ossola vorrebbe parlare ma ha paura

carabinieri polizia varie

Un imputato della banda dei rapinatori che assaltò la villa dell’imprenditrice Caterina Ossola a Comerio, nel giugno del 2015, ha paura e teme per la propria vita. E’ per questo motivo che martedì 14 marzo, al processo per la rapina, ha rifiutato di venire a testimoniare inviando un fax al collegio giudicante e asserendo che vorrebbe essere sentito con le procedure di sicurezza destinati ai testimoni di mafia.

Il tribunale ha esaminato la richiesta ma ha concluso di non poter dimostrare che le affermazioni dell’uomo siano vere se prima non supportate quantomeno da una valutazione specifica da parte della questura e ha per questo inviando una segnalazione alla polizia. In attesa di un pronunciamento, il processo è stato rinviato di qualche settimana. Il teste è importante perché potrebbe essere l’unico a parlare della banda (già in fase di indagine aveva fatto importanti dichiarazioni), mentre tutti gli altri imputati si sono avvalsi della facoltà di non rispondere. Tra indagine e processo, peraltro, siamo già arrivati a 3 pubblici ministeri differenti che si sono occupati del caso, a causa di qualche problema organizzativo.

La rapina avvenne il 15 giugno, in una sera d’estate. Due complici rubarono una vettura a Cunardo, poi la portarono a Comerio dove tre di loro, armati di pistola e travisati con il passamontagna, entrarono nella villa di Caterina Ossola e minacciarono e strattonarono lei e la cameriera. Si fecero consegnare un orologio d’oro e il portafoglio. Strattonarono la proprietaria per avere la chiave della cassaforte, la aprirono e vi trovarono la chiave di una seconda cassaforte che depredarono. In tutto il bottino si aggirò intorno ai 500mila euro, a cui vanno aggiunti 5mila euro presi in casa e una valigia Luis Vitton con cui asportarono l’intera refurtiva che non poteva essere contenuta nei loro sacchi.

Caterina Ossola è una facoltosa imprenditrice del ramo elettrodomestici, con clienti in mezzo mondo, ed è stata il braccio destro di Giovanni Borghi fin dai tempi della fondazione della Ignis a Comerio, dove lavorò dal 1946 fino alla morte del fondatore.

I cinque imputati sono stati indagati dopo un’indagine che ne ha ricostruito le mosse, ma la vittima non li ha potuti vedere in faccia poiché avevano il passamontagna. A dispetto dei luoghi comuni, si tratta di cinque italiani residenti a Cugliate Fabiasco, Barasso (2), Varese e Romano di Lombardia. Quest’ultimo, il tradatese Eugenio Pazzia di 46 anni, è stato arrestato nel 2016 per una rissa a causa di una donna a Bergamo. Per fare a pugni si tolse l’orologio d’oro che aveva al polso e lo appoggiò vinca a una siepe. Ma secondo i carabinieri era proprio l’orologio della donna rapinata a Comerio.

di roberto.rotondo@varesenews.it
Pubblicato il 14 marzo 2017
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