Referendum regionali, tanto rumore per nulla

Secondo l'avvocato Mario Speroni, il governo non cederà facilmente competenze importanti a Lombardia e Veneto

palazzo regione lombardia

La regione Lombardia e la regione Veneto chiedono al governo che i referendum per una maggiore autonomia, da loro proposti, si tengano unitamente alle elezioni amministrative di primavera. Il quesito è il seguente: “Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’art.116, 3° comma, della costituzione?”.

Si tratta di una richiesta talmente generica, che ritengo trovi d’accordo tutti o quasi tutti. Ognuno poi ci può mettere quello che vuole, sempre nel rispetto, naturalmente, “del quadro dell’unità nazionale”. Ben altro spessore aveva la promessa elettorale del Maroni, nel 2012-13, di fare della Lombardia una regione autonoma a statuto speciale, magari come la Sicilia, che si trattiene tutte le imposte riscosse “in loco” ed il cui presidente addirittura potrebbe comandare anche la polizia di stato (art.31 dello statuto). Solo che, per fare ciò, bisognerebbe cambiare la costituzione, ma il cambiamento che abbiamo rischiato – con la controriforma Renzi-Boschi – bocciata da popolo, dopo che – si ricordi – era stata approvata dal parlamento ben sei volte, tra camera e senato – era quello di ridurre le regioni ad organi privi di incisive competenze, quasi un ritorno ai limitati poteri del 1970, quando esse hanno iniziato a funzionare.

Esclusa, quindi, questa via, perchè l’attuale parlamento sicuramente non approverebbe l’istituzione di nuove regioni autonome, si poteva solo chiedere un ampliamento delle competenze della regione Lombardia, ai sensi dell’art.116, 3° comma, della costituzione, nelle numerose materie in esso indicate. La richiesta viene fatta anche dalla regione  Veneto, che pure intende indire un referendum, con lo stesso quesito ed ancora maggiori probabilità di approvazione. Ma, se il referendum viene approvato – cosa che ritengo probabile in Lombardia, certa nel Veneto – occorre poi un’ “intesa” col governo su quali competenze farsi trasferire, tra quelle – come si è detto – previste dall’art.116, 3° comma della costituzione. Questa “intesa” deve però essere approvata dal parlamento, a maggioranza assoluta dei componenti delle due camere (“dei deputati” e senato).

L’impresa è tutt’altro che facile e nutro seri dubbi, sia sulla disponibilità del governo a cedere competenze importanti, sia soprattutto su quella del parlamento, a ratificare la cessione. Inoltre, la fine della legislatura è – in ogni caso, anche se si rispetta la scadenza di legge (2018) – vicina. Aggiungiamo che il Salvini rema contro, invocando le elezioni subito. Il quesito referendario è poi talmente generico che si può prestare ad ogni interpretazione, sia estensiva, che riduttiva.

Chi potrà dire qual è stata la volontà vera dei popolo lombardo e veneto? Il governo e la maggioranza del parlamento tenderanno a ridurre al massimo le materie da trasferire. La discussione sarà necessariamente lunga. E’  facile prevedere che non si arriverà ad una conclusione. “Much ado about nothing” – dice Shakespeare: “molto rumore per nulla”. Più seria allora era stata la proposta – cui peraltro il governo non ha mai risposto – approvata dal consiglio regionale, dieci anni fa – “regnante” Formigoni – di acquisire competenze nelle seguenti materie: 1)-tutela dell’ambiente e dell’ecosistema; 2)-tutela dei beni culturali; 3)-organizzazione della giustizia di pace; 4)-organizzazione sanitaria; 5)-ordinamento della comunicazione; 6)-protezione civile; 7)-previdenza complementare ed integrativa; 8)-infrastrutture; 9)-ricerca scientifica e tecnologica e sostegno per i settori produttivi; 10)-università: programmazione dell’offerta formativa e delle sedi; 11)-cooperazione transfrontaliera; 12)-cassa di risparmio, casse rurali, aziende di credito a carattere regionale, enti di credito fondiario ed agrario a carattere regionale.

E’ quindi facile prevedere che ai cittadini contribuenti rimarranno solo le spese per la pre-campagna elettorale del presidente (o come lui ama farsi chiamare, all’americana, “governatore”)  Maroni, che intende ricandidarsi anche per il prossimo quinquennio.

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Pubblicato il 12 marzo 2017
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