Gli arbitraggi ai tempi della Ignis e del Varese di Borghi

Pier Fausto Vedani ripercorre alcuni episodi, celebri e meno noti, che hanno caratterizzato il rapporto delle squadre cittadine - al massimo dello splendore - con i fischietti chiamati a dirigere le partite

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I clamorosi errori dell’arbitro ungherese Kassai che hanno spalancato al Real Madrid le porte della semifinale della Champions a danno del Bayern Monaco, hanno messo in moto la mia personale piccola macchina del tempo. Dei molti giorni in cui, da cronista, seguivo le squadre di basket e calcio che alla nostra Varese, grazie a Giovanni Borghi, diedero meritate soddisfazioni e fama.

Di “fischietti” con problemi di vista io e i tifosi del tempo ne abbiamo conosciuti più di uno, ma le diverse vicende delle due squadre ci hanno permesso di capire meglio situazioni e problematiche che le riguardavano.
Per la Ignis, destinata a diventare regina del basket, fu relativamente breve il periodo da matricola: in seguito gli arbitraggi divennero solo un problema “politico”, tipico delle formazioni dei piani alti del campionato e delle competizioni europee.
Il Varese Calcio invece arrivò a sorpresa, ma con pieno merito, alla Serie A e fu addirittura un buon protagonista per un’intera stagione verso la fine degli Anni 60, ma in sostanza svolse la funzione, ancora oggi in atto in serie B e in serie A di test per arbitri che dovevano accumulare esperienza. Accadeva che raramente vedessimo affacciarsi al “Franco Ossola” grandi direttori di gara e forse solo a garanzia di titolati ospiti.
Capita qualche volta anche oggi nelle più importanti serie professionistiche.

CALCIO – IL GRANDE PICCHI E L’ARBITRO INSEGUITO

Di un particolare aspetto dei rapporti degli arbitri con squadre e squadroni diede testimonianza importante Armando Picchi, ex leader dell’Inter, approdato a Varese per incompatibilità con il suo allenatore, il “mago” Helenio Herrera. Picchi esordì con il Varese a Firenze, prima partita di campionato. Biancorossi sconfitti 3 a 1,
commento del grande Armando: «Oggi ho capito perfettamente che cosa sia la sudditanza psicologica degli arbitri nei confronti delle squadre più blasonate».
La storia biancorossa dice che in una sola occasione,in tempi lontanissimi, un arbitro esasperò il pubblico e a fine partita venne addirittura inseguito sino alla stazione di Gazzada, ma non sono mancati fischietti inesperti che di punti ne hanno fatti perdere ai biancorossi. Comunque infinitamente meno di quelli lasciati per strada a causa di errori dei giocatori.

BASKET – GLI SCONTRI CON REAL, MILANO. E IL PANATHINAIKOS CHE FECE ARRABBIARE NIKOLIC

Al Real Madrid, calcio e basket dell’Europa hanno sempre guardato sospettosi per la catena di situazioni difficili diventate non più tali per valutazioni dei direttori di gara.
Agli spagnoli, anche vincendo sul suo campo, abbiamo soffiato fior di coppe: i primati nazionali e internazionali sono stati oggetto di contesa tra le due squadre prima di tutto sportiva cioè sul campo e poi “politica”, di peso presso le rispettive federazioni nazionali e anche quella internazionale.
In Italia a lungo siamo stati nella scia di Milano. Per il livello di considerazione della quale godeva la plurivittoriosa Olimpia. Ancora adesso i vecchi baskettari di casa nostra non riescono a digerire la revoca di uno scudetto vinto a metà Anni 60 a Roma nello spareggio con Milano e poi revocato per il presunto tesseramento irregolare di un giocatore oriundo, Gennari. Tesseramento che la federazione stessa aveva autorizzato dopo i doverosi controlli.
A livello internazionale fu importante l’arrivo a Varese di Nikolic: vero santone del basket, stimato per la sua scienza e la sua correttezza entrambe proverbiali e per la conoscenza degli uomini del basket europeo.
Venne a Varese per la coppa dei campioni il Panathinaikos, la squadra greca era allenata da Kostas Mourouzis, che avevo conosciuto come giocatore del Gira Bologna, squadra che giocava molto bene e che perciò seguivo nelle sue trasferte lombarde. Kostas quella sera a Varese fece il maghetto e strappò una sconfitta che, per il match di ritorno nella fornace di Atene, non metteva al riparo l’Ignis. Quando fu resa nota la coppia degli arbitri che avrebbero diretto la partita in Grecia la presenza di un ungherese che godeva fama di malleabilità scatenò Nikolic che ottenne la sostituzione dell’arbitro. Il vecchio e caro Aza aveva sicuramente agganci nella Fiba, dove però interveniva alla luce del sole, vale a dire facendo richieste legittime come quella di avere coppie di arbitri preparati. La vittoria sarebbe stata problema di chi giocava.

IL QUINTO RE DEL MAZZO DI CARTE

Il lungo dominio del Real aveva comportato il suo radicamento politico ma l’arrivo sulla scena di Ignis e Armata Rossa almeno nel basket portò a una notevole trasparenza a livello di arbitraggi. Che in uno sport di contatti, forza fisica, agilità e velocità sono per partecipazione e impegno un compito assai difficile e gravoso. Ai nostri giorni il ricorso al terzo arbitro e alle tecnologie ha cancellato polemiche che un tempo a volte scatenavano le tifoserie. Tra le quali c’erano anche soggetti di allegria e simpatia rare. Ne ho conosciuti due, indimenticabili. Ciccio Zucchi, ex giocatore di ottimo livello e affermato ortopedico, e Davide Bardellini, altro brontolone nei confronti degli arbitri.

Ero presente il giorno in cui, non si seppe come avesse evitato i… posti di blocco, il temuto Bardellini arrivò con noi giornalisti davanti agli spogliatoi degli arbitri, una coppia toscana da sempre indiziata di non amare Varese.
Davide scongiurò il servizio d’ordine di chiedere a uno dei due arbitri di uscire un attimo perché aveva una comunicazione importantissima da fargli.Qualche minuto d’attesa e l’arbitro si presentò. «Lei è il quinto re del mazzo di carte»
gli disse con il suo vocione inconfondibile. L’arbitro rimase sorpreso, non fece in tempo a chiedere spiegazioni perché venne anticipato dal suo interlocutore: «Rebambì!» esclamò ricorrendo al puro bosino il nostro Bardellini prima di andarsene tutto soddisfatto.
Non ricordo se e quanto la trovata del supertifoso sia costata alla società…

Sono anni che non vado al Palasport, ma ho sempre nel cuore anche i tifosi che spesso ho considerato per la loro dedizione alla squadra il sesto uomo in campo. Negli Anni 40 e 50 erano poche centinaia quelli che si accalcavano negli angusti spazi della Casa dello Sport, dove la squadra regalò loro i primi due scudetti e il primo successo sul Real Madrid.
Oggi sono migliaia e la città fa bene a impegnarsi per dare loro una squadra per tentare il ritorno al passato.
Ma che meraviglia sarebbe un formidabile “Cata su!” a chi vince un campionato diventato la quarta serie della NBA. Per l’impresa occorrono qualche italiano, o meglio un varesino, in più.
Già abbiamo il vecchio grande tifo per una squadra e per una società che sono vero patrimonio della comunità.

di
Pubblicato il 20 aprile 2017
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