Marlene Kuntz: “25 anni di rock senza compromessi”

Intervista a Cristiano Godano, cantante della band. Giovedì 20 al Del Popolo la proiezione del documentario "Complimenti per la festa" dedicato alla loro storia

Marlene Kuntz in concerto al Phenomenon  (inserita in galleria)
Marlene Kuntz in concerto al Phenomenon (inserita in galleria)

Una festa lunga venticinque anni quella dei Marlene Kuntz. Gli inizi nella metà degli anni ’90 con quel suono alla Sonic Youth che gli aprì la via per entrare nel panorama del rock alternativo e poi una carriera fatta di palcoscenici e sale di registrazioni. L’esordio con “Catartica”, il successo con “Il Vile” e poi altre produzioni, la sonorizzazione di film muti, le varie sperimentazioni nei più diversi formati, i progetti solisti e tanto altro.

Oggi, quei tre ragazzi di Cuneo, si guardano indietro consapevoli di essere arrivati a questo traguardo artistico fedeli a loro stessi e alla loro musica, «non siamo mai stati paraculi, non è nel nostro DNA. Se rinascessi però, chiederei a Dio o a chi per esso, di esserlo un po’ di più», sorride Cristiano Godano.

Giovedì 20 aprile, alle 21 e 30 l’appuntamento è al Teatro del Popolo di Gallarate dove si terrà la proiezione del documentario “Complimenti per la festa!” nato proprio in occasione del 25esimo. Alla fine del documentario Cristiano Godano sarà intervistato da Niccolò Vecchia di Radio Popolare. La serata è preceduta, alle 19.30, dal dj set di Argonauta (tutte le info della serata) ed è parte della rassegna “Parole cantante” diretta da Mauro Ermanno Giovanardi.

Come è stato rivedervi in questo documentario? E’ stato un modo per fare il “punto della situazione” di questi venticinque anni?
«E’ stata una sorpresa vederci sul grande schermo ma non è stato un grande elemento di sorpresa rivederci, siamo abituati a farlo su YouTube. Venticinque anni sono a tutti gli effetti un traguardo ma noi, il punto della situazione, lo facciamo abbastanza di continuo, cerchiamo di capire chi siamo e dove stiamo andando. Certo, è sorprendente pensare che facciamo un certo tipo di rock da venticinque anni in Italia, siamo in pochi ad esserci riusciti»

Quali sono le maggiori difficoltà che avete incontrato in questi anni?
«L’Italia non è un paese rock, non c’è la cultura per una dimensione più alternativa. Sostanzialmente possiamo dire che qui funziona meglio il pop e la tradizione legata al bel canto italiano. Non è un caso che in questo momento stanno esplodendo cantanti come The Giornalisti, Lo Stato Sociale, Brunori Sas. Noi, paragonati a queste cose, siamo dei marziani ed essere da 25 anni in pista, visibili e seguiti, è qualcosa di miracoloso. L’Italia non è l’Inghilterra, la Francia o la Spagna per esempio»

Pensate di essere rimasti fedeli al suono delle vostre origini in questo percorso o in generale alla vostra essenza artistica?
«Sì, assolutamente sì. Come ti dicevo siamo un po’ dei marziani rispetto al panorama musicale italiano. Quello che facciamo è sempre stato diverso e questo vale per le prime e per le ultime produzioni, per la cifra stilistica, il modo che ho di scrivere i testi e di comporre. Siamo sempre stati molto esterofili nei nostri ascolti e questo in qualche modo ha influito»

Com’è stato riportare sul palco i brani de “Il Vile”. Vi siete scoperti diversi?
«Non abbiamo mai dimenticato i primi pezzi e siamo abituati a farli, non c’è mai stata una frattura così avvertibile, penso a brani come “Ape regina” per esempio. La cosa particolare è stato portare quell’album tutto insieme e questo ti dà sensazioni diverse ma non abbiamo mai sentito tutta questa lontananza»

Chi sono i vili di vent’anni fa e chi sono i vili di oggi?
«E’ una domanda che fate in molti, è curiosa questa cosa. Credo che i vili di oggi siano coloro che usano internet per manifestare il loro desiderio di destabilizzare i personaggi pubblici, i politici o tutti coloro che hanno una vaga notorietà. E’ una cosa molto diffusa la “cagnara” della rete, dove si dà sfogo alla propria pancia. Più in generale non amo l’utilizzo aggressivo che si fa del mezzo. Internet è un miracolo del progresso umano ma viene usato con assenza si sensibilità e questa è una cosa che non riesco a sottovalutare. Non lo feci tempo fa, quando internet esplose e nessuno aveva il coraggio di andargli contro, non riesco a farlo oggi. Penso a quanto abbia intaccato il mondo della musica, che oggi è gratis, ma anche altri ambiti e questo non è positivo. Insomma, la storia dell’umanità ci ha abituato a questi terremoti, dopo i quali c’è un assestamento e vediamo che succederà»

C’è qualcosa che cambiereste del vostro percorso artistico o scelte che non rifareste?
«Quando ci guardiamo indietro siamo consapevoli degli errori commessi ma li abbiamo fatti in modo buona fede e non li ripudio, fanno parte della nostra esistenza, li contemplo con tenerezza. Quello che posso dire è che i Marlene Kuntz non hanno mai adottato atteggiamenti “paraculo”, non è nel nostro DNA. Ti posso dire che se dovessi rinascere chiedere a Dio, o a chi per esso, di esserlo un po’ di più»

Ricordi il momento in cui vi siete detti “ce l’abbiamo fatta”?
«E’ stata un’acquisizione lenta, non riesco ad individuare momenti topici. Fino a cinque anni fa quando mi si chiedeva dei progetti futuri rispondevo “sperare di continuare a fare quello che faccio”. Non ho mai dato per scontato di essere arrivato, si lotta sempre. Si continua a scommettere su se stessi»

E oggi, quale risposta daresti a quella domanda?
«Mmm, non so, direi che abbiamo finito un tour, ci stiamo riposando e torneremo in sala prove per il nuovo disco. Quello che ti risponderebbe qualsiasi musicista. E poi, ti posso dire che la risposta di prima vale anche per ora… ».

di adelia.brigo@varesenews.it
Pubblicato il 19 aprile 2017
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