“Dottore ho il raffreddore”, la scuola d’integrazione che passa dalla vita reale

A Colmegna i migranti non imparano solo l’italiano, ma vengono immersi in una pratica quotidiana per “cavarsela” nel nostro mondo

Avarie
Foto varie

Oggi godono di protezione internazionale perché richiedenti asilo. Domani potrebbero diventare cittadini italiani, lavorare nel loro nuovo Paese e avere una famiglia, con tutti i problemi e le incombenze che questo potrebbe comportare.

Sono i 18 richiedenti asilo di Colmegna, ospitati in una struttura nella piccola frazione luinese sul lago gestita da Agrisol Servizi, il braccio operativo della Caritas Comasca.

Fra le attività c’è anche l’istruzione alla lingua italiana che Marta Marzorati, l’insegnante, propone attraverso un percorso che parte proprio dalle piccole cose della vita quotidiana.

«Molti sentono forte il desiderio di un’integrazione sociale matura e consapevole. La conoscenza della lingua e della cultura italiana sono, dunque, mezzi essenziali per comprendere il paese in cui devono inserirsi e per esprimere e comunicare la loro storia personale. Per questo a Colmegna la scuola è pensata come strumento indispensabile per l’affermazione di buone pratiche di incontro e di relazione interculturale. Per migliorare la comunicazione e favorire l’integrazione, infatti, non basta studiare la grammatica, ma occorre ogni giorno insegnare l’italiano come lingua della vita quotidiana nel territorio di accoglienza. Le ore di lezione non sono, dunque, più frontali, ma l’insegnante promuove lezioni interattive sui principali elementi dell’universo culturale al quale apparteniamo (“la cultura italiana”), l’educazione civica o tematiche di attualità», dice.

Ma, nella pratica, come funziona il dover affrontare l’inserimento di uno straniero nel “mondo” Italia? . «Gli educatori, insieme all’insegnante, hanno organizzato, inoltre, una serie di attività volte a conoscere i principali servizi alla persona e risorse socio-culturali del Luinese, con il doppio obiettivo di favorire l’apprendimento esperienziale della lingua e accrescere l’autonomia degli ospiti. Potrà capitare, quindi, di averci incontrati in biblioteca o al mercato, e che qualcuno abbia avvicinato timidamente qualche residente per chiedere quanto costa un barattolo di miele. L’idea, infatti, è quella di calare i nostri ragazzi, per cui le occasioni di incontro con l’esterno non sono mai abbastanza, in situazioni reali ma protette, grazie alle quali imparare l’italiano facendo, compilando, per esempio, un bollettino postale, o spiegando i sintomi del raffreddore al farmacista, o chiedendo come navigare in internet in biblioteca o, appunto, facendo finta di comprare del miele», aggiunge Marta.

«Accogliere significa andare oltre il discorso emergenziale e assistenzialista promosso dalla politica e dai media, operando per l’integrazione intesa non come appiattimento della differenza, ma messa in dialogo, mutuo scambio. La buona accoglienza promuove il protagonismo sociale dei migranti, la loro autonomia, costruendo ponti, in un’ottica di sviluppo della comunità. Questo passa anche per l’insegnamento della lingua, che si fa veicolo di messa in comunicazione di universi di senso all’apparenza tanto distanti. Questo è quanto cerchiamo di fare ogni giorno nella nostra scuola di italiano a Colmegna».

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Pubblicato il 18 maggio 2017
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