Gocce 2017 chiude con Celestini. “Un anno positivo”

L'attore sarà in scena giovedì 18 maggio, alle 21 al Nuovo. "Appuntamento all'anno prossimo con Paolini"

Tempo libero generica

La rassegna Gocce 2017 chiude con uno dei protagonisti assoluti di narrazione del teatro italiano, Ascanio Celestini che sarà in scena giovedì 18 maggio. Un appuntamento che arriva a coronamento di un anno di successi: «la stagione ha visto un pubblico in crescita rispetto all’anno scorso- spiega Adriano Gallina, direttore artistico della rassegna-. Ci sono stati tanti esauriti in platea e abbiamo avuto una vendita maggiore di abbonamenti. Inoltre, il pubblico è sempre più formato da giovani e questo è dovuto alla collaborazione con le scuole ma anche alla scelta di fare sconti importanti agli studenti».

Una rassegna che, arrivata alla sua quinta stagione, raccoglie sempre più consensi: «possiamo dire che ormai è attesa e consolidata. Il pubblico torna e si fida delle nostre proposte». Un successo dovuto anche al fatto che Gocce, «è andato a completare l’offerta teatrale della città di Varese portando il teatro d’innovazione».

Il prossimo appuntamento è dunque con Ascanio Celestini che al Cinema Teatro Nuovo di viale dei Mille porterà lo spettacolo “Laika”( ​​​per il quale è necessario prenotare ad arciragtime@gmail.com o ad acquistare i biglietti presso tutti i punti vendita COOP della Lombardia o online ​su Vivaticket). La stagione 2017 invece si aprirà a novembre, il 17 e 18, con Marco Paolini e lo spettacolo “Numero Primo”.

Lo spettacolo

Un Gesù improbabile che dice di essere stato mandato molte volte nel mondo si confronta coi propri dubbi e le proprie paure. Vive chiuso in un appartamento di qualche periferia. Dalla sua finestra si vede il parcheggio di un supermercato e il barbone che di giorno chiede l’elemosina e di notte dorme tra i cartoni. Con Cristo c’è Pietro che passa gran parte del tempo fuori di casa ad operare concretamente nel mondo: fa la spesa, compra pezzi di ricambio per riparare lo scaldabagno, si arrangia a fare piccoli lavori saltuari per guadagnare qualcosa. Questa volta Cristo non si è incarnato per redimere l’umanità, ma solo per osservarla e gli ha messo accanto uno dei dodici apostoli come sostegno. Il vero nome di Pietro è Simone. La radice ebraica shama significa ascoltare. Dunque Simon Pietro è colui che ascolta. È anche un uomo del popolo che non capisce bene ciò che gli sta accadendo, è spesso affrettato nelle reazioni. I Vangeli ce lo mostrano quando corre verso Cristo che cammina sulle acque per poi finire tra le onde. Ma è anche il più materiale, per ciò è chiamato Kefa che in aramaico significa pietra: è lui che paga il tributo, lui che rinnega tre volte, lui che darà vita alla Chiesa.

Nell’appartamento questo Cristo contemporaneo non vuole che entri nessun altro, ma è interessato a ciò che accade fuori. Soprattutto vuole sapere del barbone, non per salvarlo dalla sua povertà, ma per fargliela vivere allegramente. Come se il mondo fosse il parcheggio davanti alla sua finestra. Il mondo in mille metri quadrati di asfalto osservati da un paradiso-monolocale pochi metri al di sopra.

Il barbone è un nordafricano scappato dal proprio paese. Insomma non il Cristo che è vero Dio e vero uomo, ma un essere umanissimo fatto di carne, sangue e parole. Non sappiamo se si tratta davvero del figlio di Dio o di uno schizofrenico che crede di esserlo, ma se il creatore si incarnasse per redimere gli uomini condividendo la loro umanità (e dunque anche il dolore), questa incarnazione moderna non potrebbe non includere anche le paure e i dubbi del tempo presente.

Biglietti: Intero, 25 € – Ridotto, 22 € – Studenti, 20 €

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Pubblicato il 09 maggio 2017
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