In questi simboli la procura vede il delitto di Lidia

Il cerchio di Cielle, la stellina, le poesie di Pavese: basteranno a fare di Binda un assassino?

Le immagini del processo Lidia Macchi

E’ stata un’udienza intensa quella di mercoledì scorso, al processo per la morte di Lidia Macchi. Riassumendo, la Procura ha esposto una serie di indizi ricavati dalle agende di Stefano Binda, l’imputato, in cui si notano varie coincidenze che riconducono anche alla sua vicinanza con Lidia Macchi e che potrebbero portare a provare il fatto che egli possa essere l’assassino.

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Le immagini del processo Lidia Macchi 4 di 21

(nella foto sopra Binda, da ragazzo, con gli amici del cuore di Brebbia, Piergiorgio Bertoldi e Giuseppe Sotgiu, all’epoca interrogati e oggi sacerdoti)

Nell’immagine sottostante, si nota un simbolo ricavato da un’agenda di Binda, in cui l’imputato, da ragazzo, aveva attaccato una fotografia a ricordo dell’amica morta. Il simbolo secondo l’accusa è quello che utilizzava Comunione e liberazione durante gli esercizi spirituali  studenteschi.

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Lo stesso simbolo, secondo l’accusa, è stato disegnato nella lettera anonima (lo si vede in basso a destra) che fu inviata ai genitori di Lidia dopo la morte e che a parere della pg di Milano è la descrizione simbolica della scena del delitto

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I poliziotti ascoltati in aula, Silvia Nanni e Giuseppe Campiglio, hanno riferito che questo quaderno, in carta riciclata, è stato trovato a casa di Binda e che, secondo una perizia merceologica, il foglio della lettera anonima “In morte di un’amica” sarebbe pienamente compatibile con il quaderno.

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In questa immagine la procura ha accostato la poesia “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” di Cesare Pavese, trovata nella borsetta della vittima, con la stessa poesia scritta a mano da Binda e rivenuta durante una perquisizione nella sua casa di Brebbia. L’indicazione è suggestiva. La poesia secondo al testimone Patrizia Bianchi era il cavallo di battaglia di Binda e quindi Lidia non a caso l’avrebbe tenuta nella borsetta, ma la difesa sosterrà che la stessa poesia era, all’epoca, molto diffusa nel gruppo dei ragazzi di Cielle.

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Nell’immagine sotto vi sono le due lettere, scritte a mano, rinvenute nella borsetta di Lidia Macchi dopo il delitto. Oltre alla poesia di Pavese, sulla destra, sulla sinistra c’è una poesia d’amore della ragazza dal titolo “Amore mio ti volevo dire”. A chi era indirizzata? L’accusa allude al fatto che potesse essere dedicata a Stefano Binda.

Le immagini del processo Lidia Macchi

Lidia Macchi firma la lettera “Amore mio ti volevo dire” con Amen ma anche con delle stelline disegnate. L’indicazione della procura è suggestiva, poiché in aula è emerso anche anche Binda usava disegnare delle stelline, anche se in contesto diverso, come vedremo dopo, e cioè accompagnate da una mezzaluna

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Il biglietto succesivo è molto importante. E’ la trascrizione, fatta da Patrizia Bianchi, di una conversazione avuta con Stefano Binda. La Bianchi ha conservato, negli anni, una agenda in cui trascrisse la frasi che gli rivolgeva Stefano. Perché? Perché all’epoca lo amava e lo adorava. In questo foglio le frasi sono indicate con i nomignoli che si davano all’epoca. Binda è Teti, la Bianchi Lol. D. sarebbe un sacerdote. Secondo la polizia si riferirebbe a Don Serafino parroco di Brebbia o a Don Baroncini leader spirituale di Cielle a Varese. Potrebbe essere il racconto di una cosa grave fatta da Binda e del suo tormento e successiva confessione.

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Il biglietto “Stefano è un barbaro assassino” è stato sequestrato a Binda ma in realtà è contenuto in una agenda del 1986 e non del 1987

Le immagini del processo Lidia Macchi

Le cartoline che Binda inviava a Patrizia Bianchi e che sono state usate nella perizia grafologica.

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di roberto.rotondo@varesenews.it
Pubblicato il 11 maggio 2017
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