Io, sorella di un detenuto, vi chiedo scusa

M. ci scrive una lettera per dare voce al dolore dei parenti di chi è in carcere, condannati anch'essi a scontare la pena dei loro cari

carcere generiche
carcere generiche

Nei giorni scorsi abbiamo scritto un articolo sulla protesta inscenata dai detenuti del carcere di Varese perché per un guasto dell’impianto televisivo non sono riusciti a vedere la partita di calcio  della Juve in semifinale di Champions League.

Protesta rumorosa e pacifica, ma la notizia, postata sulla nostra pagina Facebook, ha ricevuto molti commenti, alcuni dei quali, come spesso accade, sopra le righe, aggressivi e alcuni anche offensivi (che abbiamo ovviamente cancellato).

Oggi ci ha scritto la sorella di uno di quei detenuti, per chiedere scusa a nome di quei detenuti, ma anche per dare voce al dolore dei loro parenti, che in qualche modo scontano anch’essi la pena dei loro cari.

Ecco la lettera che ci ha inviato M.

“Eh sì oggi la partita di calcio è importante… poverini… è che sono in punizione… è quello che si meritano… loro devono pagare per quello che hanno fatto… punizione non rieducazione”.

A tutte queste persone voglio dire una cosa. Scusate, sì chiedo scusa io a loro perché loro offendono noi.

Io, noi che siamo i parenti dei detenuti… o come piace dire a Voi, dei carcerati. Noi sorelle, fratelli, mamme, padri, figli, cugini, nipoti, noi che tutti i giorni lottiamo contro una semplice parola: infelicità.

Infelici perché le persone che più amavamo purtroppo hanno sbagliato, sì hanno commesso un errore, un reato. Sì hanno sbagliato, noi per primi arrabbiati, arrabbiati perché per loro volevamo il meglio, noi che per primi volevamo abbandonarli, ma perdonarli è l’unica strada, la strada del perdono, la più difficile da percorrere.

Alcuni di loro hanno commesso degli errori, è vero alcuni anche molto gravi, così gravi da aver fatto del male al prossimo, magari nel tentativo di proteggere altri ma in modo sbagliato.

Hanno sbagliato, verissimo e stanno pagando ogni giorno della loro vita e sapete perché?

Vi siete mai chiesti in quali condizioni vivono? In particolar modo al “Miogni”, una struttura che risulta dismessa da circa 10 anni? Inutile elencare quali sono le cose che non funzionano ma un motivo pure ci sarà.

Patire il freddo perché la struttura non è in grado di scaldare i locali, patire il caldo perché rinchiusi in una stanza di pochi metri quadri dove diventa difficile spostarsi, e ricevere una semplice coperta per ripararsi dal freddo  a volte diventa un lusso.

Tutto questo non è rivolto alla polizia penitenziaria, anzi loro vanno ringraziati ogni giorno, perché forse solo loro possono capire il dolore che gli occhi dei parenti non riescono a nascondere all’uscita del cancello.

Sì, perché varcata quella soglia la felicità di poterli incontrare per una sola ora è più importante di tutto quello che ci sta attorno.

Varcare quella soglia con coraggio, amore e speranza, speranza che tutto possa ricominciare, tutto vuol dire poter assaporare di nuovo la parola serenità.

Li amiamo perché già li amavamo prima, li abbiamo perdonati perché è più difficile perdonare che abbandonare.

Papa Francesco recentemente ha scritto “nessuna sentenza di un giudice potrà mai impedire di voler bene al proprio figlio” .

Conviviamo con il dolore, aspettiamo che tutto questo finisca, preghiamo perché è l’unica cosa che ci rimane.

Quindi per cortesia quando postate certe frasi prima pensate. Pensate che potreste dirle a persone che purtroppo, un domani potreste anche essere voi, pensate che potrete  giudicare solo dopo aver percorso lo stesso cammino.

Il nostro cammino è tutto in salita perché ogni giorno affrontiamo il giudizio della gente che con molta superficialità ci offende, ci condanna, ci umilia. Ma nonostante tutto noi crediamo ancora in un mondo migliore, chiedendo anche scusa perché questo “mondo dimenticato” si fa sentire.

Un abbraccio cari detenuti, noi vi amiamo più di prima, perché speriamo possiate con orgoglio e dignità ricominciare, perché Dio vi ama nonostante gli errori compiuti, e anche noi.

La sorella di un detenuto

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 11 maggio 2017
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