“La Quiete è chiusa, ma il suo futuro è alle porte”

Messi i sigilli, i lavoratori della storica casa di cura scrivono una lettera aperta in cui ringraziano la città e chiedono sostegno in vista del 19 luglio, quando ci sarà la nuova asta

La Quiete chiude: i lavoratori lasciano la casa di cura
Il mesto abbandono della storica casa di cura varesina

Lettera aperta dei lavoratori della clinica La Quiete alla città di Varese, a chi li ha sostenuti e a pazienti e parenti


La Quiete oggi ha chiuso. La storica casa di cura di Varese, situata nel centro della città, prossima a compiere il suo primo secolo di vita come clinica, non esiste più.

Nella giornata di oggi i fabbri sono venuti e hanno chiuso tutti gli accessi, sigillati.

Eppure al suo interno pulsano ancora le braci della speranza, pronte a divampare al primo accenno di aria fresca.

La Quiete ha chiuso nonostante la resistenza di sessanta persone, le promesse, le speranze e le proposte.

Nonostante la solidarietà, le firme raccolte e l’interessamento senza colori della politica cittadina e regionale. Eppure non ci sentiamo sconfitti.

Innanzitutto perché esiste ancora una concreta possibilità che alla fine, a dispetto di tutto questo italico guazzabuglio lungo 6 (sei!) anni, la Quiete possa riaprire. E questo lo si deve a noi lavoratori, alla nostra capacità di essere gruppo, di resistere in maniera intelligente, di sorreggerci l’un l’altro, di amalgamarci e compensarci sostenuti e accompagnati dalla FP CGIL Varese . Esiste ancora una possibilità, e questa possibilità passa per la prossima asta. Solo allora tireremo la proverbiale riga in fondo ai conti, e solo allora capiremo di avercela fatta. Solo allora sapremo cogliere il grande senso di questa resistenza, che a tratti è stata disobbedienza.

Nulla di tutto ciò sarebbe stato possibile senza la nostra volontà, senza la guida di persone, come Gianni e Cinzia della FP CGIL, o come Ivano (colonna storica della clinica), che oltre alla loro esperienza e professionalità, hanno dimostrato cuore e passione, sacrificando giornate intere a favore di questa splendida esperienza, né senza il sostegno di persone come Marco, che, messo da parte il colore, ha fatto politica nell’accezione più alta del termine . Perché al di là del risultato, qualcosa di indelebile rimarrà su di noi dopo questi anni. Una cicatrice dolorosa in alcuni casi, un simbolo in altri. Come un unico tatuaggio comune, qualcosa ci ha unito e continuerà ad unirci, a dispetto dei venti e delle correnti.

Quando abbiamo cominciato questo cammino, ciascuno di noi condivideva con gli altri colleghi l’appartenenza ad un posto di lavoro, l’obiettivo comune di prenderci cura dei nostri pazienti e di lavorare al meglio delle nostre possibilità, qualche chiacchiera alla macchinetta del caffè.

Nel corso di questa Resistenza ci siamo permeati l’un l’altro, siamo diventati un gruppo prima, una famiglia poi. Abbiamo condiviso lacrime e sorrisi, abbracci e disperazione. Ci siamo stretti in pianti e risate.

Abbiamo sofferto e gioito per le cose che accadevano a ciascuno di noi , anche al di fuori di queste mura.

Eravamo 60 estranei, con un obiettivo comune. Siamo diventati quasi 200 membri di un’unica famiglia, includendo mogli, mariti, figli e persino animali.

Non è stato facile, ovviamente. 60 persone appartenenti ad ambiti sociali diversi, con idee e culture diverse, di età diverse, di anzianità diverse. Eppure ora, guardandoci negli occhi, siamo un’unica cosa. Medici ed infermieri, ragazzi delle pulizie, fisioterapisti, OSS, manutentori, ragazzi delle cucine e amministrativi, tecnici di laboratorio e di radiologia. Ventenni e sessantenni fianco a fianco, a sostegno del gruppo, a sostegno di un diritto.

Il manifesto di questa eccezionale trasversalità lo abbiamo vissuto durante le celebrazioni del I° Maggio nella nostra città: vivi e vibranti abbiamo animato il corteo, e abbiamo portato tre rappresentanti sul palco.

In tre, non arrivavano a 90 anni. E mentre loro raccontavano con partecipazione la nostra storia, i ragazzi un po’ più “esperti” cantavano e applaudivano sotto il palco. Siamo più di un gruppo, siamo un esempio.

Ma non saremmo mai riusciti ad arrivare qui da soli. E quindi cogliamo questa occasione per ringraziare chi ci ha accompagnato, chi ci ha sostenuto, chi alla nostra storia si è interessato. Partendo, non potrebbe essere altrimenti, dai nostri pazienti e dai loro cari. Fino all’ultimo (e anche oltre) al nostro fianco in questo cammino, fino all’ultimo a sostenerci, in primis permettendoci di prenderci cura di loro. Persone eccezionali per affetto ed empatia.

In secondo luogo ci preme ringraziare la FP CGIL Varese, tutta e tutti, ma in particolar modo Cinzia (Bianchi) e Gianni (Ardizzoia): grazie non solo per le competenze, la professionalità, la disponibilità, le capacità; grazie per il cuore che ci avete messo e per essere diventati parte di questa famiglia a tutti gli effetti. La passione non è morta, ma arde nei cuori. Vogliamo inoltre ringraziare la politica, per aver capito la grandezza della nostra resistenza e per averci sostenuto indipendentemente dal colore o dal partito. Tra i politici un grazie particolare a Marco (Pinti) per la passione e la voglia con cui ha lottato fino a qui. Abbiamo adottato anche lui.

Insieme al ringraziamento, vogliamo però lanciare anche un appello: aiutateci, insieme a tutte le istituzioni, a gestire in maniera trasparente questo delicato e critico momento di transizione. Per la clinica, ma soprattutto per noi. In tanti hanno promesso interesse in caso di chiusura, in tanti hanno ventilato ipotesi su come poter aiutare i dipendenti qualora avessero perso il lavoro.

Il momento, ahimè, è arrivato, e speriamo che la politica sappia rispondere concretamente. Non possiamo esimerci dal ringraziare i mezzi di comunicazione: attenti, solidali, sempre al nostro fianco. Partecipi alla nostra lotta, qualcuno di loro è diventato parte del gruppo. Perché “la Quiete” è una regina assisa su di un colle, e sa rubarti l’anima. Infine ringraziamo Varese tutta per la vicinanza e la solidarietà. Abbiamo raccolto 750 firme in due giorni, abbiamo aiutato insieme a voi le popolazioni terremotate. Nulla di tutto ciò è stato vano, a partire dai nostri cuori.

Per finire vogliamo lanciare un appello alle istituzioni: da oggi la clinica è chiusa, sigillata. Da oggi non potremo essere sul posto a custodirla, presidiarla, viverla. Tocca a voi fare in modo che resti com’è fino al giorno dell’asta. Per noi è stato un onore. Per voi rappresenta una responsabilità, nei confronti della città  tutta e nel rispetto di 60 persone (e 60 famiglie) che attendono la sua riapertura.

Il giorno dell’asta, 19 luglio 2017, noi lavoratori, con la FP CGIL, saremo davanti al tribunale, pronti a gioire.

Quel giorno ci rendiamo sin da ora disponibili a sederci con chi si aggiudicherà l’immobile, pronti a spenderci ancor più di quanto abbiamo fatto per far ripartire le attività in maniera eccellente. Per dare a “la Quiete” il futuro che merita. Chiediamo a tutte le istituzioni di sedersi con noi e i nuovi proprietari, e di aiutarci a coronare questo sogno.

La Quiete oggi chiude. Ma il suo futuro è già alle porte.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 31 maggio 2017
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