Merletti: “Siate coraggiosi, liberi e irriverenti con la politica”

Il presidente nazionale parteciperà al congresso di Confartigianato Imprese Varese. «I politici hanno fallito perché non hanno tenuto conto della comunità»

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Al congresso provinciale di Confartigianato ci sarà anche il presidente nazionale Giorgio Merletti, per molti anni al vertice dell’associazione di viale Milano, prima di approdare a Roma. Ha fatto sapere che interverrà in qualità di socio e imprenditore, quasi a voler sottolineare l’intensità di un legame con l’associazione che passa dall’appartenenza  alla comunità artigiana e non dall’importanza delle cariche ricoperte. Nel 2013 fu lui a passare il testimone della presidenza di Varese a Davide Galli che si presenterà al congresso delle Ville Ponti come unico candidato.
Il 20 giugno toccherà invece a Merletti che, dopo essere stato rieletto per il secondo mandato, incontrerà il popolo artigiano all’assemblea nazionale di Roma.

Presidente, che bilancio fa del suo primo mandato?
«Il primo l’ho fatto con il freno a mano tirato e la retromarcia inserita, oggi il primo l’ho abbassato e sto disinserendo la seconda. I miei principi sono molto semplici. Ai miei dico sempre: siate irriverenti nei confronti della politica perché sono i politici che guardano nel nostro piatto e non noi nel loro. Poi da un grande magistrato antimafia come Giuseppe Lombardo, che stimo molto, prendo tre aggettivi che gli ho sentito pronunciare in un discorso: “un buon giudice nella sua solitudine deve essere onesto, libero e coraggioso”. Tre qualità che un imprenditore non dovrebbe mai dimenticare nella pratica quotidiana».

Quando dice di essere irriverenti, che cosa intende?
«L’irriverenza non va confusa con la maleducazione. Le racconto un fatto di cui sono stato protagonista. Un giorno leggendo un commento sulla solita contrapposizione fatta da Salvatore Rossi direttore generale di Bankitalia tra piccole imprese familiari e grandi imprese, come se imprese italiane del calibro di Ferrero o Luxottica non lo fossero, ho fatto un retweet e un commento più che irriverente. In quel caso sono andato a Palazzo Koch e ho chiesto scusa spiegando al governatore Visco la mia posizione, tra l’altro mettendomi la camicia bianca, cosa che non faccio mai, per un segno di rispetto nei confronti dell’istituzione. L’irriverenza ha bisogno di coraggio e il rispetto non esclude il giudizio critico».

L’opera di “azzeramento” dei corpi intermedi fatta dal Governo Renzi è stata coraggiosa?
«Allora, un anno prima che arrivasse Renzi io andai al meeteng di Cielle a Rimini a dire che le Camere di Commercio dovevano essere chiuse. Lui le ha chiuse ma senza sapere il perché e il balletto delle percentuali sui tagli del personale ne è la dimostrazione. Prima hanno detto il 50% , poi il 25% e infine il 20%. Ricordo che stiamo parlando di persone e io non sono uno di quelli che pensa che i licenziamenti siano meri numeri, parliamo di persone. Possiamo però dire che quella percentuale non serve per occuparsi della digitalizzazione delle aziende e tantomeno del mercato del lavoro, dove peraltro fanno già bene le associazioni di rappresentanza. L’unica ragione di Renzi era segarle per la sola colpa di essere un corpo intermedio. Il risultato mi sembra un bel casino, dovevano chiudere le province e sono rimaste aperte, mentre Unioncamere che è il braccio lungo del ministero dello Sviluppo economico deve gestire la partita di quel 20%».

Qual è allora la soluzione al casino, ammesso che ci sia?
«Parlare di sussidiarietà non è una novità ma rappresenta un modello a cui attingere. Scendiamo nel concreto. Oggi una Camera di Commercio non potrebbe mettere in piedi un Faberlab, per la diffusione della cultura digitale, cosa che invece Confartigianato Varese ha fatto. Il pensiero di Adriano Olivetti ci puo’ aiutare nella parte in cui parla dell’importanza della comunità che permette di fare delle cose importanti partendo dai territori. Renzi è andato a sbattere proprio perché si è dimenticato della comunità. E lo stesso è capitato a Berlusconi».

Cosa intende per comunità?
«Non è comunitarismo e nemmeno comunismo, ma un diaframma umano tra individuo e Stato. La comunità è un corpo intermedio dove ci sono le relazioni umane e personali che connettono la persona al variegato mondo dei valori morali, economici, politici e religiosi. Ma la comunità per svilupparsi ha bisogno di fiducia come del resto la politica. Il mandato politico nella sua essenza è un atto di fiducia di una comunità nei confronti di una persona e quando viene meno la fiducia, la democrazia muore. Insomma, Olivetti aveva già intuito la crisi del parlamentarismo. La gente va sempre meno a votare e l’astensione del 40% è il segno più tangibile di quella mancanza di fiducia».

Quanto incide la mancanza di fiducia sulle imprese e la loro produttività?
«Iniziamo con il dire che il problema non è la produttività. Nei laboratori artigiani con i muri sporchi si continua a produrre mentre chi ha i muri puliti li ha usati per appendere i cartelli vendesi e affittasi. Abbiamo ricostituito il gruppo dei calzaturieri su misura che oggi grazie alla tecnologia, stiamo parlando dei foot scanner, fanno cose straordinarie. Tu vai in un negozio che vende i marchi in Australia, ti fanno l’impronta del piede, il file viene trasmesso a Treviso o a Vigevano dove viene prodotta la calzatura. Se non ci fosse fiducia non si potrebbero fare certe cose. Ma è solo un esempio che si somma a tanti altri. Le nostre aziende acquistate dagli stranieri continuano a produrre in Italia perché qui ci sono storia, competenza e creatività. Per dirla con le parole del segretario della Camera di Commercio di Monza e Brianza, Mattioni, noi continuiamo a piallare la superficie liscia della globalizzazione. Quando si produce si fa qualcosa per il proprio Paese».

Gli italiani campioni nel made in…
«Sì, anche se non siamo i soli. Vorrei sfatare un luogo comune sui tedeschi che in genere noi pensiamo come i campioni della grande e grandissima impresa e contro il made in. Sono stato alla fiera di Monaco Di Baviera su invito del sindacato degli artigiani, che tra l’altro generano il 25% del pil del loro paese, tra i loro slogan c’è il seguente: “Le cose fatte da noi con cura e passione  sono quelle che la gente vuole”. Mi sono chiesto se fossimo in Germania o in Italia. Sono ancora loro che parlano di cultura duale dove la formazione deve essere fatta da un maestro artigiano in grado di garantire qualità, tanto che la direttiva europea su questo punto gli ha creato qualche problema».

Il 20 giugno l’assemblea di Confartigianato si terrà nella nuvola di Fuksas a Roma. Perché questa scelta?
«Perché lì dentro c’è un messaggio pazzesco sull’italianità, sul design, la bellezza, il genio e la cultura. È un’opera fatta con un materiale speciale e poi c’è questo auditorium meraviglioso. E chi fa queste splendide cose sta a Latina. Vorrei anche ricordare che il 20 giugno è una data importante nel calendario della Rivoluzione francese: quel giorno i deputati del Terzo Stato francese fecero il giuramento della Pallacorda».

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di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 13 maggio 2017
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