Pesate le parole perché ora c’è il manuale “Ingiurie & insulti”

Le ingiurie e gli insulti possono far sorridere e anche far molto male. Federico Roncoroni ha scritto un manuale di pronto impiego per valutarne portata, peso e livello di offensività

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Tra la “A” di abominevole e la “Z” di zoccola c’è un vero e proprio mare di epiteti non sempre di facile interpretazione perché se è vero che l’arte dell’insulto pesca in una solida e consumata tradizione, fatta di “Giùda“,  “tàngheri” e “serpenti“, c’è tutta un’avanguardia che avanza anche sull’onda digitale. Per esempio, se qualcuno per strada vi dà del “webete“, mentre consultate un messaggio di Facebook sullo smartphone, non inorgoglitevi perché vi sta dicendo che siete un idiota con l’aggravante dell’uso del mezzo tecnologico. E che non vi venga in mente di gonfiare il petto più del dovuto se in palestra, davanti al fatidico specchio misura muscoli, vi sentite appellare con il nome di “Rambo” perché il reduce dal Vietnam, interpretato nell’omonimo film da Sylvester Stallone, è un simbolo di eroismo, ma fuori dal quel contesto è sinonimo di assenza di intelligenza.
(nella foto la cancellazione di scritte ingiuriose allo stadio)

Ad aiutare il lettore, insultato e smarrito, ci ha pensato lo scrittore Federico Roncoroni con “Ingiurie & insulti“, pubblicato da Mondadori Scuola, manuale, per prezzo e dimensioni, adatto a tutte le tasche. La consultazione è agevolata dall’indice alfabetico e da un simbolo colorato, posto accanto a ogni insulto, che ne rivela la gravità. Si va dal poco offensivo (verde)  al moderatamente offensivo (arancione), dall’offensivo (rosso) al molto offensivo (marrone). Alla luce della depenalizzazione del reato di ingiuria, questa classificazione potrebbe rivelarsi molto utile per gli avvocati che devono sostenere i propri clienti nelle cause civili per il risarcimento del danno. Roncoroni infatti non si limita a spiegare l’etimologia e a raccontare la storia di ogni singola espressione, ma in molti casi precisa, con apprezzabile capacità di sintesi, le sfumature che certe ingiurie possono assumere a seconda dei contesti in cui vengono proferite.

«Le parole sono pietre» scriveva Carlo Levi, nel senso che devono avere il loro peso e chi le usa deve esserne consapevole. La politica degli ultimi decenni sembra aver dimenticato questo importante suggerimento al punto da rischiare spesso l’incidente diplomatico per l’uso strumentale che fa delle parole. L’esempio di scuola risale al 3 luglio del 2003, data in cui Silvio Berlusconi pronunciò il discorso per l’apertura del semestre italiano all‘Unione Europea. L’allora presidente del Consiglio, rispondendo all’eurodeputato tedesco Martin Schulz sul conflitto di interessi, disse: «Signor Schulz, so che in Italia c’è un produttore che sta montando un film sui campi di concentramento nazisti: la suggerirò per il ruolo di kapò».

Aprendo il manuale a pagina 75, accanto alla voce Kapò si nota subito un quadratino marrone  che, secondo il termometro dell’epiteto, indica il massimo della gravità. Considerato che all’epoca in cui si svolsero i fatti, “Ingiurie & insulti” forse non era nemmeno nel mondo delle idee di Roncoroni, furono l’evidente pallore comparso sul viso di Gianfranco Fini, vice presidente del Consiglio, e lo sgomento su quello degli altri eurodeputati presenti a rivelare tutta la gravità di quell’affermazione. In questo caso non è prevista nemmeno un’attenuante, anzi, il manuale rincara la dose specificando che:  «Talvolta, il termine viene impiegato, con dubbio gusto, per denunciare scherzosamente la severità di una persona: “Mia suocera è una kapò!».

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Pubblicato il 23 maggio 2017
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