“Quella lettera è stata scritta da Binda”

L'udienza del processo in corte d'assise, ascoltati i periti dell'accusa e gli amici della vittima

Le immagini del processo Lidia Macchi

La mano che ha vergato la lettera anonima inviata ai genitori di Lidia Macchi è riconducibile a Stefano Binda”.  E’ la conclusione a cui è giunta Susana Contessini, la perita grafologa chiamata dalla procura generale a redigere le perizie sugli scritti dell’imputato.

LA PERIZIA SULLA LETTERA

Nella sua analisi sulla lettera “In morte di un’amica”, accostata agli scritti manuali sequestrati a casa dell’imputato, la consulente ha affermato che, il tratto e la scrittura, portano con certezza al Binda. Tra i particolari comparati convince in particolare la lettera G che, per la sua declinazione e allungamento, è uno dei segni che più sono riconducibili a Binda. La testimonianza della consulente è ritenuta molto importante dall’accusa, poichè la lettera anonima è, per la procuratrice Gemma Gualdi, una descrizione della scena del delitto, quasi fosse una sorta di confessione e di richiesta di perdono per l’omicidio della giovane ragazza di Varese. La difesa, da par suo, ha una consulente che invece giudica, quelle perizie, sbagliate. In aula c’è stata un po’ di amarezza da parte della Contessini che ha detto di sentirsi ferita dalle accuse che le avrebbe rivolto, nella controperizia, la collega che fa da consulente della difesa.

Le immagini del processo Lidia Macchi

IL TESTIMONE MISTERIOSO

Quando si parla della lettera anonima, però, bisogna rispondere a una domanda: che fine ha fatto la persona, evocata alla prima udienza, che dice di averla scritta? Ebbene, l’avvocato di Brescia a cui l’uomo ha affidato questa confidenza, Piergiorgio Vittorini, è stato chiamato come teste dalla difesa, ma non c’è stato un accordo con l’accusa per anticipare la sua testimonianza. L’avvocato difensore Sergio Martelli ha quindi lasciato intendere che, in futuro, sarà Vittorini il primo testimone chiamato a deporre dai legali di Stefano Binda.

LETTERE CONTRO SOTGIU

La seconda circostanza emersa all’udienza è stata raccontata dall’avvocato Paolo Tosoni, legale abbastanza noto a Milano, all’epoca giovane studente di Comunione e liberazione, che abitò anche in una casa di studenti con Binda e altri. Tosoni è stato contattato nei mesi scorsi da don Giuseppe Sotgiu, indagato per le reticenze espresse durante gli interrogatori di questa indagine (nell’incidente probatorio). Nei mesi scorsi il legale ha consegnato alla procura generale di Milano due lettere anonime contro Sotgiu, che contenevano carta igienica sporca di feci. Come mittente, la mano anonima che ha compiuto il gesto, ha scritto il nome di Lidia Macchi.

I RAGAZZI DI CL

Interessanti le audizioni degli ax amici di Lidia. L’avvocato Tosoni, ad esempio, è uno dei tanti ragazzi della comunità universitaria che ruotava intorno a Cl, in quegli anni, all’Università statale di Milano. Tosoni ha raccontato che conosceva Lidia, Sotgiu e anche Binda (invitato al suo matrimonio). Ha poi citato tra gli amici della ragazza anche Adriano Paroli, all’epoca studente, ma successivamente noto come deputato e sindaco di Brescia. Proprio quel gruppo di ragazzi, nel gennaio del 1987, partecipò alle ricerche della povera Lidia a Cittiglio. La moglie di Tosoni, Maria Pia Telmon, ha raccontato che fece parte della pattuglia formata da tre ragazzi che ritrovò, la mattina del 7 gennaio 1987, la Fiat Panda nella stradina del Sass Pinì. Non videro il cadavere ma una volta scorta la Fiat Panda fecero marcia indietro e avvisarono i carabinieri. Lo stesso racconto è stato fatto, in aula, dall’avvocato Antonio Ferraguto, un altro amico milanese che insieme alla Telmon ritrovò l’auto di Lidia. Quel giorno lo avvisarono tramite una catena telefonica, un amico lo venne a prendere e si recarono nel piazzale del palasport di Varese dove vennero formate delle pattuglie di tre persone per ogni auto. Quella pattuglia era costituita da Ferraguto, Telmon e da Roberto Bechis.

CONFIDENZE TRA AMICHE

Maria Pia Telmon aveva una certa confidenza con Lidia e, in aula, ha raccontato che la giovane vittima le confidò, all’epoca, di avere una simpatia per un ragazzo più grande di nome Angelo Sala. Detto questo, non le parlò mai, nè di Binda nè di altri. Non citò nemmeno mai un interesse particolare per la tossicodipendenza (come Binda).

SIMBOLI

La Telmon, inoltre,  non ha riconsciuto il simbolo scritto a valle della lettera anonima che sarebbe stata inviata da Binda (per l’accusa è il simbolo degli incontri spirituali di CL) e ha invece chiarito che la scritta “Gù”, presente sia nella borsa di Lidia che in qualche pagina trovata a casa di Binda, era un gioco che era solita fare un’amica comune, Nicoletta Buzzetti.

LA VERGINITA’

Un altro episodio narrato durante la deposizione di Maria Pia riguarda un aspetto che poco conta, forse, ma che rende lo spirito di quei giorni. La Telmon ha pianto ricordando che il pm Abate, all’epoca, le mostrò le fotografie delle ferite sul cadavere della vittima e disse una frase che la ferì: così l’hanno ridotta i vostri princìpi. Affermazione che la donna ha interpretato come una critica alle loro convinzioni religiose e alla scelta di preservare la verginità.  A questo proposito tutti i testimoni hanno raccontato, rispondendo a una domanda della pg Gualdi, che in quel gruppo di giovani la verginità era un valore assoluto e che nessuno l’avrebbe persa con leggerezza. Oscar Ghizzoni, invece, chimico dei Ris ha spiegato che un quaderno di Binda potrebbe essere davvero quello da cui è stato estratto il foglio della lettera anonima. L’ultima testimonianza é stata quella di Roberto Bechis

di roberto.rotondo@varesenews.it
Pubblicato il 26 maggio 2017
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