San Martino: trovata la campana della chiesa fatta esplodere dalle Ss nel ‘43

L’edificio venne distrutto per rappresaglia dopo la famosa battaglia. Poche settimane fa il ritrovamento: dopo 74 anni il simbolo della distruzione tornerà a casa

Avarie
Foto varie

Il pomeriggio del 18 novembre 1943 le SS tedesche portarono sul monte San Martino tre cariche di tritolo che vennero innescate e fatte esplodere mandando all’aria il forte di Vallalta – la caserma “Cadorna” – e la chiesa, in cima alla montagna.

L’intento era quello di spaventare la popolazione civile dopo l’insurrezione che portò alla famosa battaglia tra partigiani e invasori, combattuta solo qualche giorno prima con morti e feriti da entrambe le parti.

Della chiesa non rimase più nulla e difatti venne ricostruita alla fine degli anni ‘50.

Poche settimane fa, però, il bosco ha riconsegnato un particolare dal sapore di reliquia che acquista significato di speranza e monito; un oggetto importante per diversi motivi, tra tutti la testimonianza di quella violenza, sopravvissuta e tornata per non essere più dimenticata.

Succede che un volontario del Soccorso Alpino, Paolo Motti, durante un’escursione nella zona immediatamente a valle del culmine, dove si trova la chiesa, abbia ritrovato una piccola campana in bronzo, dal diametro di una decina di centimetri con inciso un numero, “4”, ed un’ancora, che nell’iconografia religiosa potrebbe avere riferimenti ad un brano del Vangelo secondo Luca.

«Ho parlato di questo ritrovamento ad esperti di storia locale e subito è venuto in mente l’episodio della chiesa fatta saltare nel ‘43 – spiega Paolo – . Sebbene non vi siano riscontri effettivi in merito al fatto che possa trattarsi proprio della campana della chiesa, è altamente improbabile che possa trattarsi di un oggetto adibito ad altri usi più recenti. Anche la datazione, ad una prima valutazione fatta da esperti, sembra risalire al ‘700: gli storici locali sono al lavoro per risalire alla data di forgiatura, e se possibile al luogo di produzione».

E poi quella posizione: proprio nel quasi irraggiungibile versante sotto alla cima, ricco di roccia e in forte pendenza, dove l’esplosione ha di sicuro lanciato i detriti dell’antica chiesa.

Si tratta di una struttura originariamente pagana, e nel corso del tempo riadattata a luogo di culto cristiano dedicato a San Martino e alla Madonna di San Martino, la cui statua è custodita in una nicchia.

A prima vista, però, ecco sorgere un piccolo dubbio: l’edificio attuale ha un campanile, mentre quello fatto brillare durante la guerra no. Possibile che si tratti della campana di San Martino?

«Sì, perché la campana ritrovata era quella della sacristia, che annunciava l’ingresso del parroco in chiesa all’inizio delle funzioni – spiega Giuliano Calori, sacrista di Duno e appassionato di storia della Valcuvia – . Era la campanella che veniva suonata quando il celebrante usciva dalla sacristia allora posta sulla destra della navata principale e non a sinistra come tutt’ora (dopo la ricostruzione ndr). È un oggetto meraviglioso, piccolo e con tonalità splendide».

Ora che succederà? La campana è ancora nelle mani del suo scopritore, che ha fatto sapere di volerla riconsegnare alla comunità di Duno. Per ora di questo oggetto rimane la parte esterna in bronzo. Andrà invece risistemato il perno in ferro che muove il batacchio – anch’esso rinvenuto – perché arrugginito in tutti questi anni, esposto alle intemperie dei mille metri.

«Assieme al parroco e all’amministrazione comunale stiamo pianificando una cerimonia per riportarla nella sua collocazione originaria – conclude Calori – . C’è un giorno in cui tutto il paese si trova per una messa, a San Martino, ed è la domenica dopo Ferragosto. Questo sarà il momento per salutare il ritorno della campana».

(un ringraziamento particolare a Giorgio Roncari per le note storiche)

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 05 maggio 2017
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