“Charlie non ha bisogno di scienza ma di misericordia”

Il dibattito sul neonato inglese riapre la questione su limiti e condizioni dell'accanimento terapeutico. Il parere del medico dell'hospice Grizzetti

neonato nascita piedini
neonato nascita piedini

Una malattia molecolare che non lascia speranze. Un destino segnato a cui i genitori vogliono ribellarsi aggrappandosi a un’ipotesi di cura mai testata. Dove è il limite tra speranza e accanimento terapeutico? Il caso del piccolo Charlie, nato in Inghilterra il 4 agosto scorso e per il quale i medici e la Corte Europea si sono detti contrari a tentativi disperati di assistenza, propone il tema delicato del “fine vita”.

Un argomento che implica aspetti medici ma anche etici e deontologici su cui c’è dibattito animato, legato spesso a posizioni morali rigide.

La domanda su cosa sia “accanimento terapeutico” l’abbiamo rivolta al dottor Carlo Grizzetti, medico anestesista e palliativista dell’hospice all’ospedale di Varese, un reparto dove il tema del fine vita è costante e quotidiano: « Purtroppo stiamo assistendo a un dibattito spesso ideologico e preconcetto – commenta il medico anestesista – Stiamo parlando di una “non vita” perché presenta caratteristiche biologiche incompatibili ( è affetto da sindrome da deplezione del Dna mitocondriale, che colpisce i geni provocando un progressivo deperimento muscolare), una malattia incurabile: non esiste nemmeno lontanamente l’ipotesi che generi solo handicap. La scienza, la medicina non possono fare nulla. Occorre solo la misericordia: per questo sono nate le cure palliative, per accompagnare, imparare ad accettare l’ineluttabile. In tutta questa storia è mancato l’accompagnamento. Il piccolo Charlie e i suoi genitori sono stati lasciati soli: e mi meraviglia che sia capitato proprio in Gran Bretagna, dove le cure palliative sono nate. Padre e madre avrebbero dovuto ricevere sostegno quando ancora Charlie non era nato. Invece, è stato montato un caso che non sembra porsi la domanda della sofferenza del piccolo neonato. Nessuno sa se in questo momento il neonato stia soffrendo, non sappiamo se ci sia dolore. Di certo non c’è vita e le soluzioni drastiche prospettate da una parte e dall’altra negano l’unico vero diritto di questa famiglia: la strada verso la consapevolezza e l’accompagnamento a una vita giusta. Tutte le vite hanno diritto di essere vissute: ma a quale prezzo di sofferenza?»

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Pubblicato il 06 luglio 2017
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