“Le migliori occasioni per fare ricerca le ho trovate in Italia”

Renato Ostuni, 34 anni di Gallarate, è un cervello che ha scelto di rimanere perché a Milano ha trovato la sua strada. Ed è stato premiato con un importante finanziamento

Renato Ostuni ricercatore San Raffaele

« Quando ero studente ero certo che sarei andato a lavorare all’estero. Invece ho sempre trovato in Italia le occasioni giuste per poter fare professionalmente ciò che volevo fare».
Renato Ostuni è un “cervello” che non è fuggito. Anzi. La sua storia racconta di un’Italia capace di accogliere e far crescere le eccellenze che ha creato.

Nato a Gallarate 34 anni fa, ha studiato al liceo scientifico di viale dei Tigli per poi proseguire all’università Bicocca di Milano nel corso di biotecnologie. Ha continuato, sempre in Bicocca, con un dottorato e poi è approdato allo IEO con un “post dottorato” di 5 anni. Oggi dirige l’equipe di ricerca  che lui stesso ha creato Genomica del Sistema Immunitario Innato al SR Tiget, Istituto San Raffaele Telethon per la Terapia Genica, joint venture tra IRCCS Ospedale San Raffaele e Fondazione Telethon. .

Il suo nome è balzato agli onori della cronaca quando, all’inizio del mese , è stato insignito di uno dei 43 premi del ERC Starting Grant” 2017. Si tratta del più prestigioso e competitivo finanziamento in Europa per giovani ricercatori all’inizio della loro carriera indipendente, finanziato dal Consiglio Europeo della Ricerca (European Research Council) : « È un premio molto importante – spiega Renato Ostuni – non solo per l’importo economico ( 1,5 milioni di euro su 5 anni), ma anche per le finalità. Questi finanziamenti scommettono su idee molto audaci, che poggino su basi scientifiche solide e che abbiano il potenziale di avere un forte impatto sulla società, garantendo al ricercatore l’indipendenza necessaria per realizzarle».

Ostuni è tra i 43 italiani ( ma solo 19 lavorano in Italia) ad aver conseguito il prestigioso premio: « Era la prima volta che partecipavo al bando. Ero certo di avere un’ottima idea ma non sapevo chi sarebbero stati i miei “avversari”. Ho passato la prima selezione della giuria di dieci revisori internazionali che ha scremato il 70% delle domande. Così sono andato a Bruxelles a esporre personalmente il progetto: davanti a una giuria di 20 scienziati internazionali ho parlato per una decina di minuti e poi ho risposto a domande a raffica per altri venti. Volevano approfondire, capire i punti deboli, testare la solidità. È stata una bellissima esperienza perché mi ha imposto un modello organizzativo importante anche a livello di progettazione temporale».

Ora, con il finanziamento assicurato, Renato cercherà di indagare le ragioni per cui il sistema immunitario rimane sopito, quasi ingannato, dall’insorgere del tumore al pancreas: « È uno dei tumori più aggressivi, ed è ormai condivisa la teoria che queste cellule tumorali riescano ad inibire il nostro sistema immunitario. Se riuscissimo a individuare la causa, si potrebbe avere una risposta genetica per bloccare alla nascita lo sviluppo del cancro».

Accanto a lui, oltre ai suoi attuali collaboratori, presto arriveranno altri ricercatori: « Saranno tutti giovani, sotto i 35 anni – assicura il dottor Ostuni – Il mio candidato ideale deve dimostrare passione e determinazione. Condivisione piena delle finalità. Questo è il modo in cui in cui lavoro io da sempre».

Renato Ostuni sa che, nelle università italiane e nei laboratori, ci sono tanti giovani eccellenti che aspettano solo la giusta occasione: « Il segreto è quello di avere fiuto e aver consapevolezza del proprio lavoro. Io sono sempre stato convinto che il mio lavoro era un valore per il gruppo. Ho avuto la grande fortuna di aver incontrato sulla mia strada persone che mi hanno aiutato e sostenuto. A 32 anni ero già a capo di un’equipe di ricerca. Sono stato fortunato, certo, ma ho capito che in Italia si può fare ricerca ad alto livello e con garanzie di vita dignitose. Forse non in tutto il paese si hanno le stesse offerte. Ma a Milano ci sono ottime potenzialità. Ciò che ho ottenuto in questi anni, lo devo solo a me stesso: non sono mai arrivato in un posto grazie a conoscenze pregresse. Questo mondo a volte vive un paradosso: un ricercatore non è un martire in missione ma mette in pratica una passione che porta avanti con grande dignità se ha coscienza e responsabilità. Serve solo un po’ di coraggio e fiducia in se stessi e dire no a condizioni di sfruttamento».

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 20 settembre 2017
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