Processo Lidia Macchi: “Nell’87 non si poteva risalire al dna”

Lo afferma il professor Pascali incaricato, all'epoca, di analizzare alcuni vetrini nel suo laboratorio all'università Cattolica di Roma: "Non ci riuscimmo. Già nell'88 sarebbe stato possibile identificare il dna senza problemi"

Processo Lidia Macchi

Se le analisi per scoprire il dna fossero state ripetute nel 1988 si sarebbe potuto ricostruire il profilo genetico di colui che ebbe un rapporto sessuale con Lidia Macchi pochi minuti prima che venisse uccisa e, quindi, dell’assassino.

Nel 1987, infatti, non c’era ancora la tecnologia per poter profilare correttamente il dna: non ci riuscirono i professori Fiori e Pascali del dipartimento di Medicina Legale dell’Università Cattolica di Roma e non ci riuscirono nemmeno gli esperti del laboratorio di Abingdon (in Gran Bretagna) dove fu portato un estratto dei vetrini inviati su richiesta del giudice istruttore Cristina a Roma.

A dirlo è proprio il professor Vincenzo Pascali, direttore del dipartimento dell’ateneo romano, sentito oggi come teste dell’accusa, nel processo a carico di Stefano Binda, sugli accertamenti che fece nel 1987 insieme al professor Fiori (oggi 90enne e non in grado di presentarsi in udienza, ndr).

Il professore ha spiegato che il materiale che venne inviato nel suo laboratorio conteneva una campionatura del liquido seminale presente nei genitali di Lidia Macchi che però risultò insufficiente, per gli strumenti in dotazione all’epoca, ad estrarre un profilo genetico.

Ciò che non si capisce e che non è ancora chiaro nel processo che vede come unico imputato per l’omicidio Stefano Binda, è perchè non si riprovò l’anno successivo alla luce delle nuova tecnologie di cui gli stessi professori romani erano venuti a conoscenza pochi mesi dopo quel test fallito? Potevano i famosi vetrini distrutti nel 2000 contenere tracce biologiche analizzabili?

L’udienza di oggi del processo in Corte d’Assise ha esaurito i testi del procuratore generale Gemma Gualdi. Oltre al professor Pascali, infatti, è stato sentito don Alberto Stefano che negli anni ’90 era uno dei responsabili di Comunione e Liberazione a Milano e aveva avuto dei colloqui con Stefano Binda relativi alla sua tossicodipendenza. Anche lui, come altri testi di questo processo, ha tracciato lo stesso profilo manipolatore, misogino e narcisista dell’imputato ma non ha detto nulla in relazione all’omicidio di Lidia Macchi: «Non ne abbiamo mai parlato nè prima, nè dopo la riapertura del caso».

E’ stata ascoltata anche la dipendente della biblioteca civica di Varese di quegli anni (’86-’87) e ha confermato che Binda e la sua amica Patrizia Bianchi (oggi sua principale accusatrice) frequentavano spesso la biblioteca insieme ma non con Lidia Macchi. Curioso, però, come abbia confuso il viso di Lidia Macchi con quello di Patrizia Bianchi in un riconoscimento fotografico.

L’accusa ha fatto anche ascoltare in aula tre intercettazioni che riguardano Patrizia Binda, sorella di Stefano. In una di queste la donna sembrerebbe attribuire al fratello la calligrafia del testo “In morte di un’amica”, circostanza già emersa in fase di indagine e raccontata qui.

Infine si è svolto il controesame della difesa alla psicanalista Vera Slepoj nella quale le difese, Sergio Martelli e Patrizia Esposito, hanno provato a smontare la consulenza della professionista in merito all’interpretazione della lettera che è al centro del processo dal titolo “In morte di un’amica”.

Le difese hanno anche aspramente criticato la scelta della procuratrice Gemma Gualdi che ha depositato una richiesta di proroga dei termini di carcerazione: «La p.g. ha depositato la richiesta anche se i termini scadranno nel dicembre 2018, tra l’altro senza avvisare il presidente del collegio e gli avvocati – ha detto a margine dell’udienza il legale Patrizia Esposito – tra l’altro nelle motivazioni ha addossato alla difesa la responsabilità delle lungaggini processuali».

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 15 settembre 2017
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