Il dopo referendum sarà il vero problema

Secondo il giurista Mario Speroni, nel caso in cui prevalga il sì molto dipenderà da chi vincerà le prossime elezioni

Il prossimo 22 ottobre si terrà, in Lombardia ed in Veneto, un referendum, al fine di ottenere una maggiore autonomia, da parte dello stato italiano.  Il quesito iniziale, che era il seguente  “Volete voi che la Regione Lombardia, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’art.116, 3° comma, della costituzione?” – e quindi piuttosto generico – è stato ora modificato con il decreto del presidente Maroni n.683 del 28/5/17, che indice il referendum per il 22 ottobre prossimo, utilizzando, per la prima volta, il voto elettronico. Esso suona così: “Volete voi che la Regione Lombardia, in considerazione della sua specialità, nel quadro dell’unità nazionale, intraprenda le iniziative istituzionali necessarie per richiedere allo Stato l’attribuzione di ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, con le relative risorse, ai sensi e per gli effetti di cui all’articolo 116, terzo comma, della Costituzione e con riferimento a ogni materia legislativa per cui tale procedimento sia ammesso in base all’articolo richiamato?”.

Lo stesso presidente Maroni – al meeting di CL di Rimini del 22 agosto – ha poi dichiarato: «Se vinco presenterò richiesta per ottenere lo statuto speciale in Lombardia. Voglio le stesse condizioni della Sicilia», creando un po’ di confusione, perché la maggiore autonomia, prevista dal referendum del 22 ottobre, non è quella cui fanno riferimento le regioni a statuto speciale – come appunto la Sicilia – che sono indicate dall’art.116 della costituzione italiana. Se la Lombardia dovesse aggiungersi ad esse, sarebbe necessaria una revisione costituzionale, il che prevederebbe lunghissime procedure e quasi certamente un referendum nazionale. Perché gli elettori delle regioni favorite dall’attuale sistema – cioè la grande maggioranza del paese – dovrebbero votare contro il loro interesse? Cerchiamo di essere seri. – Torniamo ora al nuovo quesito referendario.

Esso ora chiarisce che le materie di cui si chiede l’attribuzione alla regione sono tutte quelle previste dal 3° comma dell’art.116 della costituzione italiana, nessuna esclusa. Si tratta, quindi, di ben 23 materie, di cui alcune di grande importanza, come l’ “istruzione” – sia nei suoi profili istituzionali, che in quelli contenutistici – l’ “ambiente ed i beni culturali”; i rapporti internazionali – sia con gli stati esteri, che con l’UE e le altre organizzazioni internazionali; il commercio con l’estero; l’ordinamento delle professioni; la ricerca scientifica; la tutela della salute; l’alimentazione; il governo del territorio; gli aeroporti e le grandi reti di trasporto; le comunicazioni; l’energia; le banche ed il credito fondiario regionali. Se tutte queste materie venissero interamente trasferite dalle competenze dello stato a quelle della regione Lombardia, questa diverrebbe un vero e proprio “stato confederato” con la repubblica italiana.

Ma – attenzione – l‘art.116 della costituzione italiana non dice così: esso si limita a riferirsi solo “ad ulteriori forme” – oltre a quelle già esistenti – “di autonomia”, negli ambiti suddetti, da conferire alle regioni a statuto ordinario, non al trasferimento delle materie sopra nominate nella loro interezza. E qui la regione Lombardia avrebbe dovuto prima studiare quali competenze effettivamente chiedere, ma questo non è stato fatto, finora. Di conseguenza il cittadino elettore non saprà, votando sì, che cosa effettivamente la regione vorrà acquisire dallo stato. Ciò nonostante – da convinto federalista – auspico che il referendum passi ed il fatto che il PD abbia dato il suo – non so quanto sincero – appoggio, non mi fa dubitare che succederà. Più il governante è vicino – anche fisicamente – al governato, meglio viene gestito il potere – come già rilevava, nel 1944, Luigi Einaudi, esule in Svizzera ed avendo presente l’ordinamento della Confederazione, nel suo articolo “Via il prefetto”, cioè via il centralismo, apparso sul supplemento della “Gazzetta Ticinese”, del 17 luglio 1944, intitolato “L’Italia e il secondo risorgimento”.

Il problema è il dopo: passato il referendum, dovranno iniziare le trattative con il governo. Molto dipende da chi vincerà le prossime elezioni. Ma anche una volta raggiunta un’intesa – come prevista dall’art.116, 3° c., della costituzione italiana – la relativa legge dovrà essere approvata dalle due camere “a maggioranza assoluta dei componenti”. Ritengo che ciò sia quasi impossibile, almeno che la regione Lombardia non si accontenti di poco. Dopo tutto, Lombardia e Veneto mantengono, con le imposte statali lì prelevate, gran parte del resto d’Italia, così come ha ben dimostrato il sociologo ed economista torinese Luca Ricolfi – allora vicino al PD – nel suo libro “Il sacco del Nord. Saggio sulla giustizia territoriale”,  dove dimostra – dati alla mano – come oltre 50 miliardi di euro, ogni anno, se ne vanno ingiustificatamente dalle regioni settentrionali.

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 12 ottobre 2017
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