“Vivere insieme”, al via il progetto di co-housing tra italiani e rifugiati

Tre bustocchi hanno deciso di ospitare tre giovani rifugiati per sei mesi attraverso "Refugees welcome". Il progetto è partito grazie ad un privato che ha dato l'appartamento in comodato d'uso

progetto refugees welcome associazione quindi

C’è un’accoglienza che non funziona, quella del business dei centri di accoglienza straordinari, dei ghetti per richiedenti asilo che aspettano mesi o anni in stanze affollate. Poi c’è un’accoglienza che integra e che crea nuovi cittadini consapevoli della fatica che serve per non fallire nell’unica, grande opportunità che viene offerta loro.

Di questa seconda categoria fanno parte i rifugiati che hanno trovato sistemazione a casa di italiani pronti ad aprire le braccia ad un fratello o una sorella. A Busto Arsizio, città spesso al centro delle polemiche per la gestione del centro di accoglienza di via dei Mille, sta succedendo, grazie al progetto di Refugees Welcome  che permette a famiglie, coppie, singoli italiani di dare ospitalità ad un migrante. Il progetto ha già coinvolto persone di 20 città diverse in Italia con 40 convivenze attivate. Una di queste è a Busto Arsizio e funziona grazie a Giulia, Diana e Davide.

Un appartamento in condivisione come tanti, abitato da sei persone: chi studia, chi cerca lavoro, chi un lavoro già ce l’ha ma spera di trovarne uno migliore. Tre ragazzi italiani e tre ragazzi rifugiati sono i protagonisti di questo progetto di co-housing avviato a Busto Arsizio dalle associazioni Quindi e Refugees Welcome Italia. Giulia, 25 anni, studentessa di cooperazione internazionale; Diana, 27 anni, laureata in scienze dell’educazione; Davide 32 anni, grafico; Amara, 20 anni, il più giovane della casa, viene dalla Guinea e frequenta un corso di aiuto cuoco; Alassane 22 anni, della Costa d’Avorio, sta svolgendo un tirocinio in una sartoria; Sirifo, 31 anni, guineiano, cerca lavoro.

La casa a Busto Arsizio, nella quale hanno iniziato a vivere assieme da ottobre, li ospiterà per un periodo di 6 mesi, rinnovabile una sola volta per altri 6 mesi: questo è il tempo che hanno a disposizione per conoscersi, sostenersi, contaminarsi, raggiungere l’autonomia con un lavoro, magari non troppo temporaneo. E con la casa c’è anche una comunità che ha deciso di accoglierli e di accompagnarli in questa avventura, per facilitare la loro autonomia e la loro integrazione.

Il progetto è infatti partito grazie alla donazione di un privato, che ha messo a disposizione l’appartamento in un comodato d’uso gratuito per 10 anni all’associazione Quindi, e che ha visto una larga partecipazione della cittadinanza: tanti i volontari, semplici cittadini che, assieme ad alcune associazioni locali, hanno contribuito a rimettere a posto l’appartamento e ad arredarlo.

L’associazione Refugees Welcome Italia, che promuove a livello nazionale l’accoglienza in famiglia di rifugiati, si è occupata di selezionare e far conoscere i ragazzi. Uno di loro, Alassane, titolare di protezione umanitaria come gli altri due, ha da poco terminato un periodo di convivenza con una famiglia italiana della zona che lo ha ospitato per sei mesi: per lui il passaggio in un appartamento condiviso con coetanei italiani e stranieri è un ulteriore importante passo verso l’indipendenza.

di orlando.mastrillo@varesenews.it
Pubblicato il 10 novembre 2017
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Commenti

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  1. Gianfredo Ruggiero
    Scritto da Gianfredo Ruggiero

    Se questa ammirevole attenzione verso immigrati e rifugiati fosse rivolta anche ai nostri disoccupati ed emarginati non emergerebbero quei sentimenti xenofobi, estranei alla nostra cultura, che stanno pericolosamente affiorando.
    Saluti.
    Gianfredo Ruggiero

    1. Scritto da Felice

      10..9..8..7..6..5..4..3..2..1…Eureka!
      I sentimenti xenofobi sono dati dal fatto che non aiutiamo nella stessa maniera anche gli italiani.
      Ed io che pensavo che la xenofobia fosse data semplicemente dalla sfogo delle proprie inettitudini nell’affrontare i problemi e le differenze della vita semplicemente ribaltando sull’altro tutte le cause e tutte le colpe, a partire dall’essere nato un po’ più colorato di noi.
      E detto da un popolo che da almeno 100 anni accetta e protegge i peggio mafiosi e la peggio feccia italiana è tutto dire.
      La pulizia morale (così invocata a gran voce) prima si deve dimostrare di riuscirla a fare a casa propria e poi forse la si invoca a spada tesa anche sugli ultimi arrivati, che notoriamente sono la ultima ruota del carro.
      Noi invece i mafiosi li adoriamo, gli evasori li coccoliamo e chi sarebbe il grave problema di questa società? I colorati che sbarcano fuggendo da guerre e violenze inaudite che noi stessi occidentali abbiamo contribuito ad innescare piazzando i nostri regimi dittatoriali compiacenti qua e là.

    2. Scritto da Bustocco-71

      Gianfredo, i sentinmenti xenofobi di cui parla non sono così estranei alla nostra cultura, purtroppo.
      Se fossero così estranei non ci sarebbe questa netta differenza, “nostri disoccupati” e “immigrati e rifugiati”…….

      1. Gianfredo Ruggiero
        Scritto da Gianfredo Ruggiero

        La peggiore delle ingiustizie è quella che non tiene conto delle differenze: una madre aiuta prima i suoi figli, e dopo, se ne ha la possibilità, i figli degli altri. Cosa che dovrebbe fare uno stato a cui sta a cuore l’esistenza del proprio popolo.
        Saluti.
        RG