L’impresa etica esiste e vive in mezzo a noi

Presentato alla business school della Liuc "Storie di ordinaria economia" (Guerini Next) di Massimo Folador. «Le parole che troverete a me sono sembrate dei semi, da gettare nel tempo per generare speranza»

Liuc generico

Noi siamo ciò che connettiamo, è una definizione che accomuna la fisica, l’economia, l’attività sui social network, persino la nostra religiosità, a sentire Papa Francesco. È la condizione che identifica il nuovo mondo o il paradigma emergente, per usare un’espressione cara agli esperti. Non basta però stabilire semplici connessioni con gli oggetti, le persone che popolano il mondo, l’ambiente. Ci vuole qualcosa di più. Occorre che quelle connessioni siano etiche, di qualità, cioè in grado di generare relazioni per diventare le fondamenta di un progetto che va oltre il perimetro dell’impresa.

È quello che ha fatto Massimo Folador, economista e docente di business ethics all’Università Liuc, quando ha scritto “Storie di ordinaria economia” (Guerini Next) che lui stesso definisce «un progetto animato da tante persone». Le ventiquattro testimonianze raccolte dall’autore, da Banca Etica a Assimoco, da Yamamay a Nau, solo per citarne alcune, sono la prova che il solco tracciato oltre mezzo secolo fa da Adriano Olivetti (non è stato l’unico) sta diventando una via sempre più frequentata da imprenditori e manager. Il fatto poi che questo libro sia stato presentato alla business school dell’ateneo di Castellanza non deve stupire, anzi, è il segno che un’avanguardia si sta trasformando in un modello condiviso.

Folador nel cercare testimonianze imprenditoriali ha ricevuto anche dei no, dettati più dalla discrezione che non dalla mancanza di volontà, perché chi fa questo tipo di impresa spesso ha pudore nel raccontarsi. «Le imprese che hanno scelto il modello etico – ha spiegato l’autore – hanno tre elementi in comune: l’attenzione istintiva al capitale umano, la tendenza a collaborare e quindi a considerare la relazione come capitale, la considerazione dell’impresa come progetto quasi sociale».

Adriano Olivetti sosteneva che all’origine dei problemi economici ci siano sempre problemi morali ed etici che non possono essere risolti con un semplice maquillage o comprando un servizio preconfezionato. «Molte imprese si ritagliano su misura l’abito della responsabilità sociale – ha detto Marco Girardo, responsabile della pagina economica di “Avvenire” e moderatore dell’incontro –  altre, invece, lo hanno come fondamento. Sono queste ultime che fanno la differenza».

L’idea che l’etica non possa andare d’accordo con il profitto, è solo un luogo comune. Per sfatarlo basterebbe osservare l’andamento di alcuni fondi di Banca Etica. Quando Ruggero Frecchiami, direttore generale di Assimoco, arrivò in azienda le perdite ammontavano a 120 milioni di euro. Non deve essere stato facile convincere gli azionisti tedeschi che per recuperare redditività la strategia da seguire non fosse quella legata al prezzo, bensì quella relativa al capitale umano. «Chiesi di investire sulle persone, sulla fiducia nei collaboratori – ha raccontato il manager -. Abbiamo fatto molta formazione, cambiato l’impostazione a silos e investito sul tema della progettualità. Abbiamo imparato prima a collaborare bene al nostro interno, perché quando le cose vanno male bisogna mettersi insieme e non dividersi». I risultati oggi gli danno ragione.

Luciano Cimmino, presidente della holding Pianoforte che raggruppa i marchi di abbigliamento Carpisa, Yamamay e Jaked, parla di passaggio antropologico. «Non  sarà legato alla crescita dell’economia e sarà esponenziale – ha detto l’imprenditore -. Per affrontare tutto questo bisogna saper convivere con gli altri sia dentro che fuori l’azienda e per farlo bisogna saper ascoltare. Ai miei figli ho detto: chiunque busserà alla vostra porta aprite e accogliete».

Tra i relatori c’era anche il monaco-formatore Natale Brescianini che ha ribadito l’importanza delle connessioni e delle relazioni. «Noi siamo conosciuti per la nostra regola ora et labora, cioè prega e lavora – ha sottolineato il religioso -. In realtà la regola è: prega e studia e lavora. Ciò che è fondamentale sono proprio le congiunzioni e quando si tolgono si genera il caos».

Ci sono infine due parole che si fanno largo in questo cambiamento epocale: capitale spirituale. Un capitale che grazie al lavoro della comunità benedettina di Norcia ha prodotto frutti, fisici e metafisici, in tutta Europa, comunità che oggi si trova in difficoltà a causa del terremoto del 2016. Il ricavato di questo libro se acquistato sul sito www.bottegadelmonastero.it  contribuirà alla sua ricostruzione.

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 06 dicembre 2017
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