Giornata della Memoria: a La Residenza le testimonianze di Sylva Sabbadini e Paolino Frontini

L’incontro, da titolo “Per creare gli anticorpi sociali”, si terrà venerdì 26 gennaio alle ore 10

A Tradate Sylva Sabbadini, deportata di Auschwitz

“Meditate che questo è stato”, scriveva Primo Levi nel suo capolavoro “Se questo è un uomo”. Una di loro, Liliana Segre, è appena stata nominata senatrice a vita, ma l’urgenza di tramandare la memoria dell’orrore dell’Olocausto è più che mai sentita anche quest’anno dagli ultimi testimoni oculari ancora in vita.

Persone come la signora Sylva Sabbadini (foto), Medaglia d’Onore della Liberazione, che a soli 15 anni venne deportata ad Auschwitz insieme alla famiglia, dopo essere stati arrestati e condotti alle Risiere di San Sabba, uno dei luoghi simbolo della follia nazista in Italia. Oggi la signora Sabbadini vive a La Residenza, ed ogni anno, per il Giorno della Memoria, è una delle testimoni più attive sul territorio.

Per questo la direzione della casa albergo, avvalendosi della collaborazione di Claudio Carrara, presidente della cooperativa “La Miniera di Giove”, e con la classe terza secondaria di primo grado dell’Istituto Comprensivo “Iqbal Masih” di Malnate (accompagnati dai professori Gamberini e Martinelli), hanno organizzato un’intervista a due testimoni d’eccezione.

Venerdì 26 gennaio, dalle 10, oltre alla signora Sabbadini, infatti, i ragazzi potranno ascoltare anche la testimonianza di Paolino Frontini, che durante la Seconda Guerra Mondiale è stato infermiere capo, quindi ha visto gli orrori della guerra da un punto di vista neutrale, prestando aiuto ai feriti senza badare all’appartenenza, ma soccorrendo l’essere umano prima che il combattente.

Un appuntamento questo, particolarmente sentito dalla direzione della casa, come sottolinea la direttrice Antonella De Micheli: «per noi è molto importante aiutare la signora Sylvia Sabbadini a portare la propria testimonianza di uno dei periodi più bui della storia recente. Per lei è un dovere morale a cui, nonostante la fatica degli anni e il dolore dei ricordi, non vuole sottrarsi, e noi le siamo grati: perché è fondamentale, per le giovani generazioni, sentire i racconti dalla viva voce dei testimoni oculari, vedere il numero tatuato sul braccio con i propri occhi. È l’unico modo per rendersi conto che tutto l’orrore di cui hanno letto nei libri o visto nei film non è frutto della fantasia di scrittori e registi, ma è stata realtà quotidiana con cui dei loro coetanei hanno dovuto fare i conti. Testimonianze come questa sono preziose, perché aiutano a creare gli “anticorpi sociali” che eviteranno il ripetersi di queste tragedie».

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 25 gennaio 2018
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