“L’aria di Varese non fa diventare razzisti”

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta di una lettrice al giornalista Alessandro Robecchi, sull'articolo pubblicato da lui su Il Fatto Quotidiano a proposito della vicenda Fontana

San Vittore dall'Arco Mera

Riceviamo e pubblichiamo la lettera aperta al giornalista Alessandro Robecchi, scritta da Rosanna Gucciardo e una decina di altri cofirmatari, sull’articolo pubblicato da lui su Il Fatto Quotidiano a proposito della vicenda Fontana

Egregio Signor Robecchi

(data la mia varesinità mi risulta un po’ ostico appellarla “gentile”),
vorrei fare alcune precisazioni relative al Suo articolo del 17 c.m. su “Il fatto quotidiano”.
Lei imputava, almeno in via dubitativa, il più o meno latente razzismo del Signor Fontana all’ “aria di Varese”; poiché anche la scrivente respira la stessa aria, vorrei precisare che l’aria di Varese non ha nulla di diverso, né in meglio né in peggio, dall’aria della Sua natia Milano. Non ha peraltro nulla di diverso dall’aria di qualsiasi altro posto, sia esso Camerota (in provincia di Salerno, con cui il mio paesello, Cittiglio, è gemellato) o Favara ( comune in provincia di Agrigento che ha dato i natali a quel Giusto tra le Nazioni che ha respirato in anni difficili l’aria di Varese). L’aria che respiriamo non ci determina tutti esattamente allo stesso modo, poiché non siamo palloncini. A Varese e provincia risiedono esseri umani che oltre a respirare fanno molte altre cose, tra cui leggere i giornali, ascoltare le rassegne stampa, andare a scuola, e perfino andare all’Università ( e non necessariamente quelle milanesi). A proposito dell’Università mi corre l’obbligo di precisare che non solo quella varesina è culturalmente apprezzabile quanto qualsiasi altra, ma consente, data la vicinanza alla provincia, anche ai figli del popolo di istruirsi risparmiando spese di alloggio e di trasporto presso la senz’altro più prestigiosa sede milanese. Sì, perché anche Varese ha i suoi figli del popolo, come qualsiasi altro posto.
Non starò poi a ricordare che Varese almeno dal 1700 e fino a pochi decenni or sono è stata considerata il giardino dei milanesi , proprio in virtù della sua aria, resa salubre dalla vegetazione e dalla presenza dei laghi; e che il traffico varesotto del fine settimana è strettamente collegato alla necessità di tanti, meno provinciali di noi, che hanno bisogno di “prendere una boccata d’aria”. Ma queste sono dispute da campanile. Veniamo alle cose serie.
Indignarsi per una manifestazione verbale di razzismo è non solo sacrosanto, ma doveroso. Ma farlo imputando tale vizio morale all’aria che si respira in una certa zona è quello che in filosofia (e nel buon senso) si chiama circolo vizioso. Lei, egregio signor Robecchi, ha di fatto detto: “ I varesini sono una razza di razzisti”. E allora si faccia capire meglio: lei crede che le razze esistano o no? Se non ci crede allora non esistono i Varesini come “insieme di persone che, respirando la stessa aria, sono tutti uguali”; se viceversa ci crede, allora Lei è un razzista. Non è un insulto, è una coppia di sillogismi.
Al di là di ogni sterile e formale perifrasi di cortesia, io credo che molti Varesini gradirebbero le Sue scuse.
E ameremmo non sentir parlare di lapsus.

DISTINTI SALUTI
ROSANNA GUCCIARDO

di stefania.radman@varesenews.it
Pubblicato il 20 gennaio 2018
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