L’Eco di Bergamo, «Grande attenzione alle comunità. E quando l’Atalanta vince…»

Il rapporto con una grande provincia italiana raccontato dal direttore Alberto Ceresoli, giornalista della tradizione aperto alle sfide del presente

giornali lombardia

Un giornale generalista e molto attento alla cronaca che sublima queste caratteristiche nella capillare diffusione negli esercizi pubblici delle centinaia di comuni di cui è composta la provincia di Bergamo, arrivando a sera come foglio d’informazione giustamente sciupato perché passato di mano in mano: «Tutti ci leggono, anche chi non ci vuole bene».
Parla così del suo giornale Alberto Ceresoli, direttore dell’Eco di Bergamo che incontriamo nella redazione dello storico quotidiano cittadino. Un prodotto attento ai fatti, con un forte appeal legato alla diffusione sui social network e all’edizione digitale.

Partiamo dall’editore.
«Ormai fin dalla sua fondazione, l’editore dell’Eco è la diocesi di Bergamo, nella figura del vescovo, Monsignor Francesco Beschi. Il giornale è uno strumento che la diocesi conserva con grande attenzione e cura e a cui riserva un grande sforzo.
Siamo un giornale generalista dove al lettore viene offerto uno sguardo sul mondo e sul Paese con interni ed esteri, abbiamo una pagina dedicata ai commenti e tanta, tanta cronaca rivolta alla città e alla provincia. Poi cultura, sport e spettacoli. Il venerdì esce un ampio inserto dedicato al fine settimana. Ci occupiamo di montagna, e di molto altro ancora».

Ma chi sono i vostri lettori?
«Tradizionalmente stiamo parlando di adulti dai 40 anni in su, abbiamo una grande diffusione soprattutto nei bar e negli esercizi pubblici dove se ne trova sempre almeno una copia. Alla sera quella copia è frusta, da quanto è stata sfogliata».

Cosa non deve mancare mai nella prima pagina?
«La prima è fortemente disegnata sulla cronaca locale. Mi piace l’idea di avere poi una bella fotonotizia e un “fogliettoncino” su un fatto curioso e simpatico. Ecco, questi sono gli ingredienti che a mio avviso non devono mancare mai nella prima pagina dell’Eco».

I social network: ritieni siano un pericolo o un’opportunità?
«Dipende dall’uso e dall’attenzione che viene riservata al mezzo. Penso siano un’opportunità che va monitorata e seguita con grande attenzione, da cui però cogliere quello che può essere utile al giornale. Non tutto è buono nei social, ma c’è del buono».

In che modo interagite con le comunità locali?
«Abbiamo un rapporto quotidiano, fa parte della storia e della tradizione del nostro giornale. I lettori vengono in redazione, ci scrivono, ci telefonano. Seguiamo le loro vicende e valorizziamo le storie. Anche le micro comunità che si formano in città o in provincia hanno grande accoglienza nel giornale».

Ceresoli è un giornalista vecchio stampo, all’antica si direbbe, ché ha visto l’era del piombo, dell’analogico e del digitale. A ragione sorride quando gli chiediamo se è più importante il desk o la strada, per fare bene questo mestiere.
«Io sono nato dalla strada e credo che ancora oggi sia lo strumento migliore per capire, cogliere e raccogliere le notizie. Dal desk si possono fare molte cose ma toccare con mano è ciò che non può essere sostituito. Nemmeno nell’epoca dei robot: l’uomo, il suo pensiero, la sua filosofia, sono insostituibili per leggere il presente».

Allora ecco che dall’archivio dei ricordi ci facciamo estrarre qualche aneddoto di redazione, della vita professionale da giornalista, e da direttore dell’Eco. Ceresoli ancora sorride pensando a una sera in cui scese in tipografia verso le 22 per salutare, e gli comunicarono della sua imminente assunzione.
«Presi il Posto di Daniele Vimercati, giornalista scomparso prematuramente che ancora in molti oggi ricordano, e che in quegli anni andò a lavorare con Montanelli, a Milano. Quella sera scesi in tipografia da Renato Possenti, storico capocronista di allora. Mi parlò in dialetto bergamasco, mi avrebbero assunto. Io il dialetto lo capisco bene, ma dovette ripetermelo tre volte, che mi avrebbero preso. Alla fine Possenti si tolse gli occhiali, mi guardò, e in italiano scandì: “Assumiamo te!”».

Ma fare il direttore di un giornale come L’Eco di Bergamo vuol dire anche mischiarsi con riti e amori che il tempo difficilmente scalfisce. Sogni e speranze, eterne discussioni e passioni forti da queste parti hanno un nome: Atalanta. «Attraverso questa squadra i lettori ci fanno sentire la loro forte vicinanza, l’attaccamento al giornale. Quando ci occupiamo in maniera originale dell’Atalanta, il lettore se ne accorge e ce lo fa sapere in tanti modi. Sopratutto quando la squadra vince ed è forte».

giornali lombardia

L’ECO DI BERGAMO

L’Eco di Bergamo è il principale quotidiano della provincia di Bergamo, fondato nel 1880. La sua proprietà è controllata in maggioranza dalla Curia di Bergamo e il giornale ha sempre tenuto una linea centrista, vicina alla Chiesa cattolica

Il quotidiano fu fondato da Nicolò Rezzara. Il primo numero dell’«Eco di Bergamo» uscì sabato 1º maggio 1880. Rezzara pose alla direzione Giovanni Battista Caironi, collega d’insegnamento e amico. La composizione del giornale venne fatta a mano, grazie ad una macchina azionata da un fattorino. Il primo numero vendette cinquemila copie.

Nel 1885 il quotidiano raggiunse la media di 1.750 copie giornaliere e dieci anni più tardi arrivò a 2.800 copie. Tra il 1900 e il 1901 il formato del giornale era 55,5 cm x 38,5 cm con pagine a sei colonne.
Nel 1903 Giovanni Battista Caironi, primo direttore del giornale, scomparve; gli succedette don Clienze Bortolotti, già direttore de “Il Campanone”. Sotto la sua direzione il quotidiano toccò le 4 000 copie.
Nel 1913 venne introdotta un’innovazione nel reparto tipografico grazie all’acquisto della macchina da stampa Eureka.
Nel 1916 L’Eco di Bergamo si presentò in edicola in formato tabloid (46 cm x 30 cm).

Dal 30 novembre 1938 al 28 ottobre 1989, per 51 anni, fu direttore monsignor Andrea Spada. La sua direzione fu la più lunga del quotidiano.
Il 16 settembre 1939 Spada decise il ritorno al grande formato: 59,5 cm x 43,5 cm; il testo venne diviso su sette colonne che diventarono poi otto il 18 ottobre 1944 con una nuova modifica delle dimensioni del giornale: 59,5 cm x 41,5 cm.
Nel periodo compreso fra il 1943 e il 1945 il giornale riuscì a compiere un notevole passo avanti: la tiratura passò da una media di 4.500 copie a 7 000 copie.

Un’altra trasformazione si ebbe il 9 ottobre 1947: il testo venne diviso in nove colonne e iniziò a essere acquistabile sin dal mattino; in questo periodo la tiratura media era di circa 9.200 copie giornaliere, che aumentò poi gradualmente con il tempo.
A partire da lunedì 8 dicembre 1948 il giornale smise di essere pubblicato nel pomeriggio; il 3 dicembre 1950 iniziò a essere pubblicato anche la domenica.

Il 25 settembre 1967 venne aggiunto un inserto dedicato allo sport che si occupava, con particolare attenzione, della squadra di calcio locale, l’Atalanta.
Il formato attuale dell’Eco di Bergamo è 53 cm x 39 cm e il giornale si presenta su nove colonne.
Dal 1º luglio 2016 Alberto Ceresoli è il direttore responsabile del quotidiano.
Il giornale non viene stampato nella provincia di diffusione, ma nella stamperia C.S.Q. SpA di Erbusco, in provincia di Brescia.
L’Eco di Bergamo è suddiviso in: interni ed esteri, economia, cronaca di città, cronaca di provincia, cultura e spettacoli, sport. Dispone del sito www.ecodibergamo.it.
(da wikipedia)

 

di
Pubblicato il 23 gennaio 2018
Leggi i commenti

Video

L’Eco di Bergamo, «Grande attenzione alle comunità. E quando l’Atalanta vince…» 1 di 1

Commenti

L'email è richiesta ma non verrà mostrata ai visitatori. Il contenuto di questo commento esprime il pensiero dell'autore e non rappresenta la linea editoriale di VareseNews.it, che rimane autonoma e indipendente. I messaggi inclusi nei commenti non sono testi giornalistici, ma post inviati dai singoli lettori che possono essere automaticamente pubblicati senza filtro preventivo. I commenti che includano uno o più link a siti esterni verranno rimossi in automatico dal sistema.

Segnala Errore