Mi chiamo Marco, metto la creatività negli eventi

Marco Mascheroni è un creative coordinator nato e cresciuto in provincia di Varese. Oggi lavora a Milano e nel tempo libero viaggia per l'Italia alla ricerca di eventi, ispirazione e occasioni per fare meglio il suo lavoro

Generico 2018

Per chi si occupa di comunicazione e organizzazione di eventi, la storia di Marco Mascheroni sarà sicuramente di ispirazione. È delle zone di Varese, ma da qualche anno si è trasferito a Milano dove lavora come creative coordinator per un’agenzia di eventi. Nel tempo libero, viaggia per l’Italia alla ricerca di eventi e ispirazione per fare meglio il suo lavoro (tra le altre cose, svolge attività di direzione dei palchi al Wired Next Fest). Oppure, torna nella “sua” Varese per dare il proprio contributo a eventi di rilievo come la conferenza TEDxVarese.

Cosa fai nella vita?
Nella vita faccio il creative coordinator all’interno di un’agenzia di eventi a Milano. Il mio lavoro non è soltanto trovare idee e visualizzare, ma strutturare concept creativi che oltre ad essere affascinanti devono possedere un vero e proprio contenuto, che comunichi alle persone, che sia realizzabile, e perché no, divertente. Si tratta di un lavoro fuori dal comune da spiegare in poche parole non è semplice. Ho avuto la fortuna di lavorare per diverse realtà come Saatchi&Saatchi e Piano B. Ora a Cento Eventi e mi occupo di Coordinare il reparto creativo dell’agenzia. Insieme a Marco Zambaldo, abbiamo una nuova idea di “coppia creativa”. Lui è uno strategic planner. Oggi le idee oltre ad essere creative devono rispettare diversi canoni strategici di marketing e riflettere, se non addirittura anticipare la realtà. L’idee ad oggi sono i colori dei diversi trend e per realizzarle e concepirle, bisogna studiare ed non smettere di essere curiosi.

A TEDxVarese ti sei occupato della direzione del palco. Che esperienza è stata?
Per me è stata una bella esperienza. TEDx in una realtà come Varese è un progetto interessante che ha portato una bella scossa. E’ stato anche un modo per raccogliere le energie e gli interessi di chi è già appassionato di innovazione e tecnologia. Per lavoro sono andato via da questa città, anche per voglia di scoprire nuove opportunità e trovare nuovi ossigeni. TEDxVarese è stata una bella occasione per tornare. Il format funziona moltissimo perché è un festival delle idee ma anche un’esperienza che unisce in modo anche intimo speaker e pubblico.

Cosa possono imparare gli altri eventi da TED?
La peculiarità di TED è il grande lavoro qualitativo nella scelta dei contenuti. Spesso gli altri eventi tendono a dare massa senza dare realmente qualità allo speech. Le linee guida di TED incoraggiano a raggiungere un alto livello senza cadere in banalizzazioni. Personalmente, seguo TED perché so che vivrò un’esperienza e ascolterò contenuti che possono cambiare la mia vita.

Cosa vuol dire oggi parlare di creatività ed esperienza negli eventi?
Oggi la missione di un direttore creativo è stupire ricordandoci sempre che creatività non deve abbagliare i consumatori e le persone. Ma vuol dire risolvere i problemi, lasciare un’esperienza di piacere, si cerca del fare del bene. Per ogni evento o iniziativa, occorre capire come posizionare l’idea nel contesto in cui viene ospitata, facendo sì che ci sia interazione con le realtà coinvolte e che vivranno l’evento. Il trend del prossimo futuro per chi organizza eventi sarà il “local”, perché i territori danno nozioni e valore agli eventi stessi, e l’esperienza individuale e interiore.

Quali sono alcuni esempi di eventi che funzionano bene?
Dipende. Gli eventi più forti sotto forma di Festival per contenuto ed esperienza sono il Coachella e il Sònar, grazie ai contenuti sperimentali giocati su quella musa creativa che è la musica. Al Sònar si trova un mix di esperimenti con nuove tecnologie, modi di vivere l’evento e innovazione territoriale. In Italia sicuramente Wired sta cercando di muovere qualcosa perché sta cercando di unire massa a contenuti di qualità in un ibrido interessante. A Roma è molto forte anche il festival Outdoor. Il MiAmi, invece è il palco per il futuro della musica italiana.

Realtà come Varese o comunque di provincia possono organizzare festival di rilievo?
In un contesto provinciale ci sono parecchie cose che potrebbero funzionare. Una bella sfida è quella di provare ad alzare il livello di alcuni eventi che consentono di vivere i valori delle comunità ospitanti. Spesso il concetto di innovazione è legato alla grande città. Tuttavia la provincia può essere la dimensione dei festival dell’apprendimento. Occorre evitare situazioni prive di contenuto che non coinvolgono i partecipanti né a livello umano né a livello generazionale e cercare di unire espressioni e passioni differenti. In altri termini, oltre allo spettacolo e al “nome” di chi suonerà occorre un contenuto, un messaggio. L’Albizzate Valley Festival è stato un’esempio virtuoso, ma anche il Woodoo Fest. Spero che non commettano l’errore di non trascurare la natura del loro messaggio, rispetto al successo.

Quali sono i progetti più significativi su cui stai lavorando?
Di recente abbiamo creato un format internazionale che si chiama Sunsets, un festival che abbiamo organizzato per un marchio di birra in Sardegna e che è durato 12 giorni. La peculiarità è stata che il brand oltre a dare vita a un festival musicale ci ha chiesto di strutturare una parte di concept. Nel caso specifico, per sensibilizzare al rispetto delle spiagge e degli oceani. C’è quindi stato svago ma si sono svolti anche workshop e laboratori su come rispettare il mare, vivere la spiaggia e sull’impatto umano nell’ecosistema. Questi, a tutti gli effetti, sono diventati temi e messaggi a cui il marchio si è legato. Si è trattato di un primo esperimento e di una case history perché si è trattato di un evento che è stato capace di portare valore su più livelli anche per chi vive territorio.

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Pubblicato il 29 gennaio 2018
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