Il mio desiderio nel falò

I ricordi di una Varese del sorriso fanno sperare al nostro Pierfausto Vedani il "recupero dell’ umanità sincera, di un vivere collettivo dove aveva rilievo la solidarietà"

falò di sant'antonio

Il passato che torna non è un incubo, anche se  premesse come la morte di una persona lo possano far supporre.

Nei giorni scorsi abbiamo dato la notizia della scomparsa di Rocky Agusta, figlio del celebre conte  Corrado e  della ballerina Marisa Maresca. Il conte non l’ho mai conosciuto, Marisa Maresca era invece stata oggetto dell’attenzione , negli Anni 40 e 50,di noi viveur minimi, cioè i giovani  di allora che viaggiavano ad acqua di fonte e pensieri cattivi, regolarmente  denunciati all’incontro mensile con il confessore.

Erano tempi in cui molti maschi italici frequentavano  gli spettacoli di varietà  dove  si esibivano grandi comici come Totò, Macario,Dapporto  corroborati da sfilate di soubrette e ballerine poco vestite e quindi oggetto di studi di una anatomia a quell’epoca non sempre alla portata di tutti come lo è oggi.

Marisa Maresca  era bella, ambiziosa star e  eccellente ballerina perché nata nell’ambiente del varietà : a 15 anni con giusto candore a volte era  presente nelle “passerelle” conclusive dello spettacolo, quelle che scatenavano i fans.

Fu Marisa Maresca a lanciare come suo capocomico Walter Chiari, vera rivelazione che riempiva i teatri. Essi con la loro compagnia fecero tappa a Como  e fu una serata particolare perché  nel l’affollato loggione c’era un mio caro amico, Franco R. che aveva una singolare caratteristica: rideva emettendo una serie di ah ah ah che cominciavano con  tono basso ma poi, pur sempre scanditi,  sicuramente per potenza sonora e  velocità di emissione diventavano  una sorta di sirena-mitragliatrice che scatenava inevitabilmente le risa di tutti coloro che  ascoltavano.

Accadde quella sera che l’intero teatro impazzisse per Franco: Walter  Chiari lo chiamò sul palco, si divertì a sua volta poi gli chiese di lasciare il teatro  perché doveva portare avanti il suo spettacolo..

Dietro l’uscita trionfale di Franchino c’era una storia di vita drammatica. Figlio di un grande anarchico, nel 1944 si ritrovò in un ufficio della guardia repubblicana: non aveva il fisico per il  ruolo di combattente, sarebbe stato un modesto impiegato e non una preoccupazione per chi gli voleva bene e che per la politica  già troppo aveva patito.  Ma in guerra  accade l’impensabile e Franco un giorno si ritrovò in prima linea accanto a un partigiano con una gamba malridotta da una forte esplosione: depose allora il fucile, soccorse il nemico e riuscì a salvargli la vita. Nell’aprile del ’45 a essere “rastrellato” fu  però lui e sarebbe  stato condannato a morte se in assise non si fosse presentato per testimoniare della sua umanità proprio il partigiano soccorso durante il combattimento.

Al momento della sentenza quando Franco capì che non sarebbe stato fucilato gridò per la gioia e gli uscì dalla gola quell’inno-sirena che non lo avrebbe più abbandonato .

Il passato mi ha  coinvolto, come molti altri cittadini, con la  notizia della morte del conte Agusta. Ma anche con il piacevole    ricordo della Maresca e di  Walter Chiari con il quale tanti anni dopo avrei a lungo conversato ai bordi della piscina Ignis di  Comerio. Ma soprattutto  divertente è stato il   mio recupero come  “vittima” diretta di Franco e dei suoi  acuti.

Con   altri spassosi umanissimi emiliani egli era venuto a lavorare nel Comasco e aveva subito legato con noi giovani del posto. Il sodalizio , allegro, piacevole e figlio anche di tempi in cui si provava grande serenità nello stare assieme; durò qualche anno poi fu la vita a scioglierlo, ma  ogni tanto ci si ritrovava ed era  allora il momento  degli amarcord, dell’allegria.

Una sera , ero assente, Gianni  M. accennando ai miei rapporti con Varese, disse che vi ero approdato preceduto da una tosta fama di squadrista!! Fu  allora che scattò l’irresistibile  sirena di Franco che come tutti gli amici  conosceva  la mia  lontananza  da qualsiasi impegno politico e per di più sapeva  che avevo rischiato grosso con il mio editore per avere collaborato, gratis e con uno pseudomino, alla rubrica di basket del periodico comunista  lariano. Errori che fanno i giornalisti  innamorati del loro sport  preferito. In quegli anni seguivo il Cantù,ma ero spesso a Varese come spettatore di una squadra molto promettente.

Il mio presunto passaggio politico dal rosso al nero interessò molto Franco, si coalizzarono molti dei presenti, tutti spietati perché ero assente: fu insomma un gran divertimento che ancora oggi mi fa rabbia d’aver perso.

La maxirisata scatenatasi quella sera sembrava non finisse più, tutto il locale ne era coinvolto poi spuntò una pattuglia di tutori dell’ordine, chiese del proprietario che aveva telefonato per far smettere il baccano. Un paio di amici lo indicarono: stava ridendo a crepapelle accanto a un Franco in formissima. La pattuglia sbalordita se ne andò dopo aver fatto abbassare le saracinesche del locale “per non disturbare la quiete pubblica”.

Non erano anni migliori di quelli  che viviamo: oggi abbiamo molto di più e meglio, ma getterei nel falò della Motta questo mio piccolo  amarcord del sorriso  auspicando il recupero dell’ umanità sincera, di un vivere collettivo dove aveva rilievo la solidarietà e non un forte individualismo.

La nostra cara Varese  ha conservato  fortunatamente questo senso del collettivo  attraverso il volontariato, l’associazionismo e  anche grazie all’intensa   preziosa attività dei “circolini” per gli adulti e di eccezionali oratori  per i giovanissimi. Si lavora da noi anche per rinsaldare il rapporto tra famiglie e scuola, ma la nuova società della comunicazione a volte si presenta come un avversario molto difficile e ne soffrono la   fraternità e l’attenzione che vengono a  mancare nei rapporti interpersonali e istituzionali da  sempre tradizione ed elemento distintivo della nostra cara Varese. Non  tocchiamo la politica: folle di candidati alle elezioni si presentano sorridendo  e tramite i mass  media ci dicono che cosa faranno per noi. Non una parola su quello che non hanno fatto. Descrivere il nulla è un’impresa molto difficile.

Pierfausto Vedani

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Pubblicato il 15 gennaio 2018
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