Studiare a Pechino con la Pallacanestro Varese nel cuore e le biciclette OFO

Martina Zuliani ha 21 anni è nata e cresciuta a Varese ma da qualche tempo gli studi l’hanno portata a vivere altrove. La storia di una varesina all'estero

martina zuliani

Martina Zuliani (Martina è quella a destra nella foto con l’amica Silvia) ha 21 anni, ne compirà 22 tra pochi giorni, è nata e cresciuta a Varese ma da qualche tempo gli studi l’hanno portata a vivere altrove.

Varesini all'estero

Prima a Venezia e poi, il che ha comportato un cambio di vita radicale, a 10 ore e mezza di aereo di distanza: a Pechino, in Cina.

È partita ad agosto dello scorso anno e ci rimarrà per due anni ospite della Capital Normal University dove studia lingue orientali: “ho vissuto gli ultimi due anni della mia vita nella spettacolare Venezia – racconta Martina -, e qui ho imparato ad innamorarmi di una di una di quelle lingue un po’ ostiche ma clamorosamente affascinanti, la lingua cinese”.

Una bella avventura e una scelta di vita che Martina ha scelto di raccontare sotto lo pseudonimo “Zucchina” attraverso un blog dove raccoglie e racconta la sua esperienza e un sacco di curiosità molto divertenti sulla vita di una varesina in Cina.

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martina zuliani

 

Ecco il racconto di Martina sull’esperienza in Cina:

Ciao,

vorrei raccontarvi la Cina per come l’ho vista io, probabilmente non in modo oggettivo, ma con gli occhi di chi è sempre rimasta a bocca aperta di fronte ad ogni minimo dettaglio, pur correndo il rischio di rimanerne delusa, ma con la voglia di poter imparare sempre qualcosa di più.

Se dovessi descriverla in una parola sola, direi che la Cina è contrapposizione. Ho visto un paese in cui, alla cassa del supermercato, tutti (compreso l’anziano che a stento riesce a camminare) pagano scannerizzando il QR Code del negozio attraverso un’applicazione collegata ad un conto online, ed un paese in cui l’acqua del rubinetto non è potabile, e per questo motivo la frutta si lava con le bottigliette di acqua minerale. Ho vissuto in un paese in cui, certi giorni, il tasso di inquinamento dell’aria raggiunge livelli che noi (noi Varesini, abituati all’aria delle montagne che al mattino ci rinfresca la pelle ed i pensieri) non riusciamo neanche ad immaginare, ma in cui ogni domenica mattina (proprio quelle domeniche in cui l’Indice di qualità dell’aria recita ‘estremamente dannoso’) nessuno rinuncia a fare ginnastica, yoga o Tai Chi al parco, al massimo con una mascherina al volto per limitare i danni.

Sei mesi fa ho comprato un biglietto per Pechino, di sola andata. Sono partita con 32 chili di sogni e paure in una valigia, e una bandiera della Pallacanestro Varese. In Cina ho capito subito il concetto di ‘grande’: appena arrivata davanti al dormitorio della Capital Normal University, cioè quella che sarebbe stata la mia casa per i successivi due anni, mi sono trovata ad osservare una struttura di due edifici di quindici piani collegati da un tunnel sospeso. Ed io che ero abituata alle case di Venezia piene di storia, bellezza, muffa e molta poca tecnologia.

Ho iniziato a studiare cinese proprio a Venezia, ma non chiedetemi il motivo della mia scelta perché vi dico subito che non so rispondere a questa domanda: qualcuno dice che sia perché mi piacciono le sfide, e forse ha proprio ragione. A Pechino sono entrata in contatto con un modo tutto diverso di imparare la lingua, fatto di verifiche, dettati, esami, presentazioni, registrazioni e temi. Ma quello che mi ha insegnato di più, è stata la vita fuori dall’aula. Avete presente quando il vostro amico appena tornato dal tour estivo in cui ha visitato l’Esercito di terracotta e la Grande Muraglia vi dice ‘In Cina nessuno parla inglese’ e voi pensate che questo sia solo un luogo comune?

Ecco, la prossima volta credetegli, perché è esattamente così. In questi mesi ho dovuto parlare in cinese in ogni situazione, da quando sono salita sul taxi in aeroporto, a quando ho fatto richiesta di una carta ricaricabile in banca, da quando ho dovuto comprare i biglietti del treno o della metropolitana a quando ho dovuto capire i comandi delle tecniche di attacco o di difesa del mio insegnante di Taekwondo.

Chi mi conosce sa quanto sia importante per me la pallacanestro, lo è da quando all’asilo mi addormentavo sulle ginocchia di mio papà nel frastuono del palazzetto di Masnago, e lo è anche adesso, dall’altra parte del mondo. È solo un po’ più difficile seguire quello che succede a sette ore di fuso orario di distanza, ma la passione è rimasta la stessa, e forse è proprio quella che mi costringe ogni maledetta domenica ad impostare sveglie ad orari improponibili della notte anche solo per leggere un risultato (nell’entusiasmo generale di chi condivide con me la stanza).

Ho provato anche ad andare a vedere una partita dei Beijing Ducks, la squadra di basket di Pechino: ho finalmente visto un po’ di pallacanestro dal vivo (in un impianto stratosferico da 18000 posti costruito per i giochi olimpici del 2008) ma il clima e il tifo non si sono avvicinati neanche lontanamente a quelli a cui sono abituata.

Sono tornata a Varese, qualche settimana fa, per passare le mie vacanze invernali in attesa dell’inizio del secondo semestre accademico cinese. La prima mattina che ho passato in Italia mi sono alzata, sono uscita dal portone, e l’ho vista lì, parcheggiata proprio davanti a casa. 
Mi avvicino piano, ma non ho alcun dubbio: è una bicicletta gialla, è proprio una OFO. 
Mi blocco un secondo ed ho un vero momento di incertezza su dove io mi stia trovando. Sapete perché? Perché la Cina è piena di OFO, se ne vedono agli angoli di ogni strada, su ogni marciapiede, è uno dei mezzi di trasporto preferiti dagli abitanti delle piccole e delle grandi città (a Pechino, e in moltissimi altri luoghi, sono talmente tante che hanno costruito strade solo per la circolazione delle biciclette), anche io le ho usate per mesi, ed ora me le ritrovo anche davanti al portone di casa. 
Sorrido in piedi davanti alla bicicletta gialla. Ho già trovato un po’ di Cina anche qui a Varese.

Vorrei dire a tutti i Varesini che stanno organizzando un viaggio nella Terra di Mezzo, che hanno qualche domanda sulla Cina, a chi si chiede da sempre come fanno gli Asiatici a mangiare il riso con le bacchette, o che differenza c’è fra Cinese e Giapponese: contattatemi, sono felice di raccontarvi quello che so di questo meraviglioso paese, di cui forse abbiamo ancora troppi pregiudizi, e troppe poche informazioni.

In un recente articolo abbiamo scritto di come siano oltre 53mila i varesini che si sono trasferiti all’estero. Proprio come con Martina ci piacerebbe raccontare, per quanto possibile, chi siano, di cosa si occupano e dove si trovano là fuori nel mondo. Se vivete all’estero e vi piacerebbe mettervi in contatto con noi potete compilare questo modulo, vi contatteremo al più presto.

di tomaso.bassani@varesenews.it
Pubblicato il 18 gennaio 2018
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