Vaccino contro il tumore al fegato: l’Insubria nell’equipe di ricerca

C'è anche il professor Accolla nel Consorzio Europeo HepaVac che ha avviato la sperimentazione per l'efficacia del vaccino

ricercatori

Un vaccino contro il tumore al fegato. È la ricerca che sta conducendo il Consorzio Europeo HepaVac e che proprio ieri, lunedì 29 gennaio, ha iniziato la fase di sperimentazione clinica.

Nello studio del vaccino IMA970A è coinvolto anche il Laboratorio di Patologia Generale e Immunologia diretto dal professor Roberto Accolla, del Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università degli Studi dell’Insubria.

«Il carcinoma del fegato – spiega il professor Accolla – è un tumore particolarmente aggressivo la cui patogenesi è molteplice. In particolare, infezioni croniche da virus dell’epatite B e dell’epatite C, così come l’alcolismo cronico possono portare all’insorgenza dell’epatocarcinoma. L’incidenza di questo tumore si colloca al sesto posto nel mondo tra tutti i tumori maligni, ma in maniera molto preoccupante addirittura al secondo posto come mortalità. L’alto indice di mortalità è dovuto al fatto che spesso le diagnosi vengono fatte in fase avanzata della malattia per la quale esistono insufficienti opzioni terapeutiche».

Per queste ragioni, la filosofia che ha mosso l’ideazione del Progetto Europeo Hepavac, è stata quella di cercare di attivare specificamente le difese immunitarie dell’individuo portatore di tumore costruendo un vaccino i cui componenti sono antigeni isolati direttamente dalle cellule tumorali attraverso un complesso procedimento di purificazione che è stato messo a punto dal consorzio e che si è basato in buona parte sulle scoperte fatte in questi anni anche dal gruppo del Prof. Accolla. «In pratica in ogni risposta immunitaria, comprese quelle contro i patogeni batterici e virali, occorre che gli antigeni estranei all’organismo vengano riconosciuti dal sistema immunitario stesso sotto forma di piccole molecole, i peptidi, presentati da recettori cellulari designati HLA di classe I e di classe II. Le cellule immunitarie, in particolare le cellule linfocitarie T helper (coadiuvatrici), vedono questi antigeni, si attivano e scatenano le risposte effettrici quali la produzione di anticorpi o le azioni citotossiche di altre cellule T nei riguardi dei patogeni. Nel paziente portatore di tumore queste difese immunitarie sono spesso deficitarie, per cui attraverso il vaccino messo a punto nel progetto europeo si spera di riattivarle in maniera specifica e ottimale. Il Progetto HepaVac è il primo progetto europeo che utilizza un cocktail di antigeni tumorali specificamente isolati dai tumori epatici e non presenti né nelle cellule normali del fegato né in altri tumori» precisa il professor Accolla

Il progetto Hepavac, iniziato alla fine del 2013, è arrivato alla sperimentazione clinica in poco più di tre anni, e questo rappresenta «una nota di grande soddisfazione per tutto il lavoro del Consorzio Europeo coordinato dall’Istituto Tumori “Pascale” di Napoli e di cui fanno parte tre centri tedeschi, un centro spagnolo, un centro francese, un centro inglese, un centro belga e il centro della nostra Università – aggiunge il docente -. La sperimentazione clinica di fase I/II del vaccino, coordinata e sponsorizzata dall’Istituto dei Tumori “Pascale” di Napoli, è condotta nei Centri Europei Partners del Progetto. In Italia, i Centri clinici coinvolti sono all’Istituto “Pascale” di Napoli e,  per quanto riguarda la nostra Università sarà fatta in collaborazione con l’Ospedale Sacro Cuore di Negrar-Verona. In questa fase l’obiettivo primario della sperimentazione sarà quello di stabilire la sicurezza e la tollerabilità del vaccino,  e la sua capacità di indurre una risposta immunitaria in pazienti con tumori del fegato in fase precoce e intermedia, dopo che tali pazienti siano stati trattati con le procedure standard attuali di terapia e che siano in una fase di remissione clinica. L’obiettivo secondario sarà quello di stabilire, e tutti lo speriamo, se il trattamento vaccinico sia in grado di rallentare la progressione di malattia e aumentare l’indice di sopravvivenza» conclude il professor Accolla.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 30 gennaio 2018
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