Brugnoli: “Per sostenere la crescita ci vuole più formazione 4.0”

Il vicepresidente di Confindustria al capitale umano sarà tra i protagonisti delle assise di Verona del prossimo 16 febbraio. «Nei prossimi 5 anni alle imprese mancheranno 250mila figure tecniche»

Venerdì 16 febbraio alle Assise di Confindustria a Verona uno dei protagonisti sarà Giovanni Brugnoli, vicepresidente di Confindustria al capitale umano. La formazione dei giovani e lo sviluppo degli Its (Istituti tecnici superiori) sono i nodi strategici da cui passa il rilancio del sistema manifatturiero italiano. In questa intervista l’imprenditore di Castellanza, past president dell’Unione industriali della provincia di Varese e consigliere di amministrazione dell’università Liuc, spiega la nuova filiera educativa, sulla quale punta Confindustria. Un progetto che mette a sistema gli strumenti di collegamento tra formazione e lavoro con l’impresa al centro.

Presidente, qual è il principio su cui si basa questa nuova filiera educativa?
«Ci sono più principi cardine. Il punto di partenza è avere un buon orientamento scolastico, a loro volta i territori devono sapere qual è la manifattura presente e orientarsi verso le filiere e le categorie. Con industry 4.0 la preparazione deve essere più importante rispetto a qualche decennio fa perché la digitalizzazione e il cambiamento tecnologico sta riscrivendo il presente industriale di questo Paese».

Per un giovane quali scenari si aprono?
«Ci sono vari percorsi. Per esempio, una persona si diploma e può andare a cercare un posto di lavoro. Se ha ascoltato bene il territorio e se è stato orientato correttamente con un giusto apprendimento riesce a trovare lavoro. L’altro percorso puo’ essere un’iscrizione a una superspecializzazione post diploma che sono gli Its che fanno quei super periti con due anni di specializzazione e con un apprendimento molto pratico. In Italia attualmente ci sono 9.000 studenti che frequentano gli Its contro gli 800mila della  Germania il nostro maggior competitor nel manifatturiero. Questi trovano occupazione per l’80% alla fine del ciclo scolastico e per il 90% per la fattispecie che hanno studiato. Chiediamo di avere una decontribuzione per due anni in modo tale che il ragazzo se la porti in dote. L’altra possibilità è laurearsi cercando di approfondire le richieste delle aziende, in primo luogo quelle ingegneristiche e quelle legate alla produzione».

Perché gli Its non sono graditi nonostante diano una risposta efficace alla richiesta di occupazione?
«Innanzi tutto in Italia non si è fatto un buon orientamento. Poi il nome scelto non ha aiutato e forse non si è ben capita la specificità degli Its. Noi come Confindustria ci siamo spesi molto affinché avessero una programmazione triennale, poi è evidente che l’aspetto di far studiare il proprio figlio in università è altrettanto qualificante quanto gli Its. Credo che siano due facce della stessa medaglia che qualificano le persone per trovare un corretto e giusto lavoro. Non è possibile che un’impresa su 5 non riesca a trovare personale qualificato e due giovani su 5 non riescano a trovare occupazione. Questo significa che i due mondi non si sono parlati o che noi non abbiamo espresso in maniera chiara le nostre esigenze, o forse la scuola non ha voluto ascoltare i messaggi di allarme delle imprese. Secondo un nostro studio nei principali settori nei prossimi 3-5 anni ci sarà una carenza di 250mila figure».

L’obiettivo di passare dai 9.000 ai 24.000 studenti degli Its è realizzabile o siamo nel campo dell’utopia?
«Credo che la sfida sia realizzabile perché adesso l’orizzonte temporale delle risorse si sviluppa nel triennio quindi le fondazioni hanno la possibilità di fare marketing associativo e sviluppare più corsi in modo da allargare le materie trattate e la platea dei ragazzi».

Si è passati da una logica di sostegno al reddito a politiche attive. Quanto conta questo passaggio nella nuova filiera educativa?
«Conta molto. Siamo passati da una politica di settori a una di fattori e all’interno di questi non ci sono solo i macchinari di industry 4.0 ma anche la formazione 4.0. Noi chiediamo ai giovani di entrare in azienda con skills diversi ma la formazione deve coinvolgere anche il personale già in azienda che ha reso grandi le nostre manifatture. Il tempo di formarsi è un ciclo che durerà tutta la vita e tutte le persone vanno accompagnate con una formazione al passo coi tempi. Oggi è il digitale ma non sappiamo cosa sarà tra cinque anni».

 Che ruolo avrà il tema della formazione alle assise di Verona?
«Il tema è emerso durante tutto il roadshow fatto da Confindustria in funzione delle assise del 16 febbraio. È un argomento strategico per il futuro dell’Italia e Confindustria vuole dare delle indicazioni in chiave di progetto-Paese. Per industry 4.0 noi abbiamo scelto una platea di fattori anziché di settori e la formazione è la parte più difficile da realizzare. Occorre progettare una formazione mirata affinché industry 4.0 possa essere un driver di crescita».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 14 febbraio 2018
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