“Ci sentiamo italiani ma lo siamo solo di fatto”

Avere vent'anni, sentirsi italiani e non avere ancora la cittadinanza. Alessandro e Giuliano hanno incontrato Silvio Aimetti, sindaco di Comerio e candidato alle regionali, un amministratore che crede fortemente nell'integrazione

Avarie

Alessandro è rumeno, ma vive in Italia da sempre. Studia economia all’università dell’Insubria, dopo aver frequentato ragioneria. Con lui ci sono gli ex compagni di classe Giuliano, di origine albanese, studente di Giurisprudenza, ed Emanuele, italiano che per il momento ha deciso di accontentarsi del diploma. Sono millennials europei che hanno scelto l’Italia come patria di adozione. In tre non hanno l’eta per chiedere la pensione, ma poco importa, perché in questo momento hanno un’altra priorità, ottenere la cittadinanza italiana. Almeno i primi due.

Parlano un italiano forbito, si sentono più che integrati e hanno deciso di partecipare alla conferenza stampa di Silvio Aimetti, candidato alle regionali con la lista civica “Gori presidente“, intervenuto al mercato di Sesto Calende per fare campagna elettorale. Il posto giusto per parlare di temi scomodi come immigrazione, Sprar, integrazione, perché la cittadina in riva al Verbano è da sempre terra di frontiera e nuovi arrivi.

L’ITALIA CI GUADAGNA
«Gli stranieri pagano tasse e contributi, sono una risorsa per il sistema». Giuliano non vuole fare leva su sentimentalismi o pietismi, fa solamente un ragionamento utilitaristico. Il resto viene da sè. Con Silvio Aimetti, imprenditore nel campo della consulenza aziendale e sindaco di Comerio, sfonda una porta aperta. Del resto lui gli immigrati se li è portati addirittura in casa e lo Sprar, acronimo che sta per Sistema di protezione per richiedenti asilo e rifugiati, nel suo comune è uno strumento che funziona bene. «In provincia di Varese – dice il candidato alle regionali – solo 50 comuni su 139 hanno accettato di accogliere gli immigrati, nonostante questa terra abbia una tradizione di solidarietà. Il punto è che la Lega fa leva sulla paura. Non nego che ci siano problemi, ma se più comuni avessero accettato di accogliere gli immigrati si potevano ottenere buoni risultati, perché più i gruppi sono piccoli e diffusi sul territorio, più sono facili da gestire».

MANCANZA DI VISIONE
Giuliano ricorda l’immagine del barcone arrugginito approdato Brindisi nel 1991 stracarico di albanesi. Erano oltre ventimila in fuga dalla loro terra dopo la fine del regime di Enver Hoxha e il crollo finanziario del successore Ramiz Alia. L’icona di un popolo il cui drammatico esodo è stato raccontato nel film Lamerica di Gianni Amelio. Molti di quegli uomini, donne e bambini all’epoca stipati sul pontile, oggi sono cittadini integrati, imprenditori, soprattutto nell’edilizia, professionisti e lavoratori impiegati nelle manifatture dove si costruisce il mito del made in Italy. «Chi rifiuta gli immigrati – continua Aimetti – non ha una visione strategica del proprio territorio. Con un Paese in netto calo demografico e con gli italiani che non vogliono più fare certi lavori, conviene a tutti che queste persone restino qui e se la giochino dandosi un futuro meno incerto di quello che si lasciano alle spalle. Perché la Germania richiede 200mila persone l’anno per il loro sistema produttivo e noi li rifiutiamo? Come manterremo il nostro welfare? I leghisti agitano la paura ma non dicono che il primo Sprar a Varese è stato istituito proprio da una loro amministrazione».

I PROGETTI SPRAR POTREBBERO ESSERE UTILI ANCHE PER GLI ITALIANI
L’acronimo Sprar non lo rende simpatico, ma quello che conta è la sua utilità. Il progetto di accoglienza presentato dal comune di Comerio è stato tra gli 84 selezionati dal ministero dell’Interno, dodicesimo nella graduatoria finale e secondo in quella lombarda dopo Bergamo. Nel comune in riva al lago di Varese gli immigrati partecipano con profitto ai corsi di italiano, primo passo per una riuscita integrazione, fanno parte dei gruppi che la sera pattugliano le vie per garantire sicurezza. Tre ospiti del centro di accoglienza straordinaria (Cas) hanno trovato lavoro a tempo indeterminato e due hanno ottenuto la protezione. «Se le persone sono accompagnate correttamente – conclude Aimetti – i risultati si ottengono. Il passaggio cruciale è far scattare la relazione con la popolazione residente per creare una comunità coesa. Forse lo strumento è proprio lo Sprar perché alcune sue parti potrebbero essere utilizzate anche dagli italiani. Non si tratta di una lotta tra poveri, come molti vorrebbero che fosse, bensì di una cooperazione tra persone».

di michele.mancino@varesenews.it
Pubblicato il 15 febbraio 2018
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