Al lavoro nel seminterrato, con stufa a legna e senza uscite di sicurezza

Polizia e Carabinieri hanno scoperto un laboratorio cinese abusivo ad alto rischio. Irregolarità anche in un'altra struttura con stesso titolare. Lavoravano per la moda

gallarate generico

Gli operai lavoravano in un seminterrato. Privo di uscite di sicurezza, con l’ambiente riscaldato da una stufa a pellet, in funzione accanto a montagne di materia prima e prodotti tessili in lavorazione.

È il laboratorio cinese completamente abusivo scoperto da Polizia e Carabinieri a Gallarate, in via Bellinzona. Siamo in una zona residenziale della città, lungo il Sempione, a cavallo tra i quartieri di Crenna e Ronchi. Tra ville con giardino e palazzi residenziali non manca qualche capannoncino, ma il laboratorio cinese era ben nascosto: occupava infatti il seminterrato di una villetta, che era usata come alloggio per diversi operai e le loro famiglie.

Il laboratorio è riconducibile a una imprenditrice cinese di 53 anni, titolare anche di un’altra “fabbrichetta” in via Monte Berico a Samarate, anche questa non priva di irregolarità. Gli agenti del Commissariato di Gallarate diretto da Fabio Mondora sono entrati in azione insieme ai Carabinieri, all’Ispettorato del Lavoro, i tecnici dell’Asl. Solo uno dei diciassette operai era “in nero”, ma per molti altri c’è il fondato sospetto che lavorassero per molte più ore rispetto a quelle segnate nei registri (e pagate regolarmente): gli accertamenti in questo caso richiedono molto tempo e solo dopo si potrà fare una valutazione complessiva delle sanzioni amministrative e penali.

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L’aspetto più preoccupante è però quello legato alla sicurezza sui luoghi di lavoro. In via Bellinzona a Gallarate il laboratorio era completamente abusivo: non era mai stata presentata Scia (cioè la dichiarazione di inizio attività) e del resto mai l’edificio – residenziale – avrebbe potuto accogliere una fabbrica. Le quindici postazioni erano in un basso seminterrato, senza uscite di sicurezza, con un unico accesso dalla cucina della casa. Nel piano interrato c’era una stufa a pellet (nella foto: un frame del video girato dalla Scientifica della Polizia) e subito sopra un’altra (in cucina), entrambe prive di griglie d’aerazione. In caso di perdite di monossido o di fumi o in caso d’incendio sarebbe stata una trappola mortale, come è accaduto in altri luoghi (come avvenuto a Prato pochi anni fa). Per di più – si può notare se si va in posto – via Bellinzona è una strada stretta, chiusa tra la ferrovia e un cavalcavia.

«Al limite dell’incendio in flagranza» dicono con un’amara battuta poliziotti e carabinieri, mostrando le immagini delle pigne di materiale accatastato a due passi dalla stufa nell’interrato. I Carabinieri presso l’Ispettorato del Lavoro, guidati dal maresciallo Andrea Cannella, hanno comunque scoperto irregolarità non solo in via Bellinzona ma anche nell’altra fabbrica intestata alla stessa titolare, in via Monte Berico a Samarate, «con problemi a impianti elettrici,  cavi con guaine scoperte, alcuni a terra e che quindi anche d’intralcio».

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L’interno degli “alloggi” per gli operai

Alcuni dipendenti non avevano visite mediche e corsi formazione, non c’erano responsabili sicurezza e addetti antincendio e primo soccorso. In via Bellinzona i lavoratori vivevano nella casa sopra il laboratorio, al momento dell’ispezione sono stati trovati anche quattro minori, figli degli operai.

A carico della titolare saranno contestate decine di violazioni, con due procedimenti diversi per le due unità produttive. Si parla di «diverse migliaia di euro per illeciti amministrativi e decine di migliaia di euro per illeciti penali» (la quantificazione esatta richiederà tempo).

Le due fabbrichette lavoravano per un noto marchio italiano della moda, probabilmente con un doppio subappalto (qui l’approfondimento).

di roberto.morandi@varesenews.it
Pubblicato il 14 febbraio 2018
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