Due buone notizie per i frontalieri

Il Gran Consiglio svizzero ha bocciato "Prima i nostri". Il nuovo accordo sull'imposizione dei frontalieri dovrebbe sostituire quello del 1974 ma c'è l'opposizione di tre deputati

Frontalieri

Mentre il numero dei frontalieri che lavorano in Ticino continua a crescere – a fine 2017 ha raggiunto la quota record di 64.885, con un aumento dell’1%, rispetto al 2016, così come comunica l’Ufficio federale di statistica – la proposta di legge per l’applicazione della preferenza indigena sul  mercato del lavoro ticinese – in attuazione delle modificazioni apportate alla costituzione cantonale dalla votazione referendaria del 25 settembre 2016, denominata “Prima i nostri”, per la quale si era pronunciato il 58% dei Ticinesi –  è stata bocciata dal Gran consiglio – il parlamento cantonale – il 21 febbraio scorso. Essa portava il nome del deputato de La Destra, Gabriele Pinoja, ed aveva raccolto le adesioni, oltre che del suo partito, anche della Lega dei Ticinesi e del deputato liberale Andrea Giudici.

Nella votazione finale, a schierarsi contro l’iniziativa sono stati 44 deputati: un fronte formato dal PLR (Partito liberale radicale), dal Partito socialista, dalla maggioranza del PPD (Partito popolare democratico, democristiano) e da metà degli ecologisti. I voti a favore sono stati 32. A questo punto si può ritenere che l’iniziativa “Prima i nostri” sia giunta alla fine della corsa. Il ragionamento che ha portato il Gran consiglio a votare contro la proposta di legge è che questa – come ha detto la relatrice di maggioranza Sabrina Gendotti del PPD – “viola crassamente il diritto federale sugli stranieri, la cui competenza è esclusivamente della Confederazione. Oltre a violare il diritto federale viola pure il diritto internazionale, ovvero l’accordo sulla libera circolazione stipulato tra la Confederazione e l’Unione Europea”. Il parlamento ticinese ha invece deciso di inserire il principio della preferenza indigena nelle leggi che regolano l’attività di diverse aziende parastatali. Queste dovranno “nell’assunzione del personale, a parità di requisiti e di qualifiche e salvaguardando gli obiettivi aziendali” dare “la preferenza alle persone residenti, purché idonee ad occupare il posto di lavoro offerto”. In particolare, tale misura dovrà riguardare: l’EOC (Ente ospedaliero cantonale), la Banca Stato, l’ATT (Azienda trasporti ticinese), le OTR (Organizzazioni turistiche regionali), l’USI (Università della Svizzera italiana)  e la SUPSI (Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana), per quest’ultime limitatamente al personale amministrativo ed ausiliario, esclusi i docenti. A questo punto – come avevo detto in un mio precedente intervento, pubblicato da Varesenews il 29/12/17 – l’unica soluzione mi pare sia quella di emanare una legge sul “salario minimo” – come quelle già in vigore nel Giura e a Neuchâtel – che tuteli i lavoratori, sia frontalieri, che ticinesi. Una soluzione questa, che sarebbe opportuno che si applicasse anche in Italia.

Un’altra buona notizia per i frontalieri viene forse da Berna. Marco Romano (PPD) – presidente della deputazione ticinese al Consiglio nazionale (camera dei deputati) – ha inoltrato una mozione al Consiglio federale (governo), in cui si chiede che “l’accordo sulla fiscalità dei frontalieri non venga per il momento firmato (rectius approvato) e che si firmi solo quando l’Italia avrà concesso agli operatori svizzeri la possibilità di prestare servizi in campo finanziario”. Tale mozione è stata sottoscritta anche dal collega di partito Fabio Regazzoni e dai deputati leghisti Lorenzo Quadri e Roberta Pantani.

Il nuovo accordo sull’imposizione dei frontalieri dovrebbe sostituire quello del 1974, che prevede che quelli abitanti entro un raggio di 20 km dal confine siano soggetti ad una sola imposizione fiscale, in Svizzera (a livello federale, cantonale e comunale), mentre ne siano esonerati in Italia. In compenso, è prevista una compensazione finanziaria, a favore dei loro comuni di residenza, per le spese da essi sostenute, nella misura del 38,8% (in base ad un accordo del 1985), a carico dei tre cantoni di confine: Grigioni, Ticino e Vallese. In futuro, invece, se e quando il nuovo accordo entrerà in vigore, dopo l’approvazione dei due parlamenti – italiano e svizzero – i frontalieri, residenti in Italia, saranno assoggettati, da parte svizzera, al 70% delle imposte dovute, in base al loro reddito, senza più ristorni a favore dei comuni di appartenenza e con facoltà, per l’Italia, di tassarli, a sua volta, come per gli altri cittadini, pur potendo loro detrarre quanto già versato nella Confederazione. Il governo italiano ha poi affermato che il ricavato delle imposte verrà trasmesso ai comuni di residenza. Viene però a mancare, per quest’ultimo aspetto, la garanzia che prima era contenuta in un trattato internazionale. Il governo potrebbe, in ogni momento, cambiare idea e trattenere tutto il ricavato dell’imposta pagata allo stato dai frontalieri. Verrebbe così a mancare per i nostri comuni di confine un’importante fonte di reddito. Inoltre è prevedibile un aggravio fiscale a carico dei frontalieri. Se invece l’accordo non entrerà in vigore, rimane quanto stabilito nel 1974.   

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Mario Speroni, autore dell’articolo, è un avvocato patrocinante in Cassazione ed è docente all’Università di Genova

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Pubblicato il 01 marzo 2018
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