Rientrato dal Sud Africa ma pronto a ripartire: “Ovunque possa fare il medico”

Guglielmo Mantica ha assistito al terzo trapianto di pene mentre lavorava nell'ospedale di Città del Capo. Un'esperienza molto intensa in una città bella e difficile

guglielmo mantica

È stata un’esperienza unica, di quelle “a 360 gradi”. Ma, come ogni storia bella, si è conclusa. È rientrato in Italia. Non è sicuro che ci rimarrà per sempre, ma ormai era tempo di rientrare, concludere il suo percorso formativo e, a bocce ferme, progettare la sua carriera.

Guglielmo Mantica, giovane specializzando in urologia, ha trascorso dodici mesi in Sud Africa in uno dei più grandi ospedali del continente africano: il Tygerberg Hospital/Stellenbosch University a Cape Town.

A Città del Capo ha vissuto esperienze uniche come quella del terzo trapianto di pene al mondo nell’equipe dei professori van der Merwe  e Alexander Zuhlke : « È stato tutto molto bello e interessate. Peccato sia finito. Ma dovevo rientrare. Voglio concludere in Italia la specialistica e poi si vedrà. Sono aperto a qualsiasi proposta, in Italia o all’estero. Amo la mia professione e sono abbastanza giovane per non avere legami che mi impediscano di fare qualsiasi scelta».

Trentadue anni, nato a Voltorre, rione di Gavirate, ha iniziato ad appassionarsi di urologia grazie all’incontro con il professor Roggia: « Ero andato da lui come paziente. Mi invitò ad andare in reparto, a seguirlo. Fu un’esperienza illuminante: appena potevo, correvo a Gallarate per stare nel suo reparto. Così, quando venne il momento di scegliere la specialistica, non fu difficile»

Gli studi lo portano a Genova e, grazie al suo professore, anche in Sud Africa per un’esperienza all’estero: « All’inizio mi sono sentito un pesce fuor d’acqua. A partire dalla lingua: io conoscevo l’inglese, ma in Africa l’accento è diverso, influenzato dagli oltre cento idiomi che si parlano. Inoltre, molti pazienti, soprattutto anziani, parlando solo il proprio dialetto».

A rendergli l’inserimento complicato è stata anche la diversa formazione ottenuta all’università: « In Sud Africa, gli studenti fanno molta più pratica rispetto a noi. Uno specializzando è già considerato quasi come un nostro strutturato. Viene investito di molte responsabilità. Così, dopo il primo mese di conoscenza e ambientamento, sono stato inserito nei turni e nelle guardie: inizialmente assistito e poi da solo. In questa clinica universitaria, gli studenti sono coinvolti in sala operatoria».

In poco tempo, anche Guglielmo raggiunge il livello di preparazione adeguato, e si ritaglia il suo spazio all’interno del gruppo: « Noi italiani, magari abbiamo meno manualità, ma siamo sicuramente più preparati dal punto di vista scientifico e siamo flessibili. Questo mi ha permesse di diventare uno dei referenti scientifici».

Nei mesi trascorsi in ospedale ne ha viste di tutti i colori: « Il mio era un ospedale pubblico. Attrezzato tecnologicamente e con elevate professionalità. Ma i nostri pazienti erano della classe medio bassa perché i più ricchi si affidano a cliniche private. Eravamo l’ospedale di riferimento delle bidonville  che sono notoriamente molto pericolose. Dato che eravano trauma center, ho assistito moltissimi pazienti vittime di criminalità. Abbiamo curato personaggi molto pericolosi che arrivavano da noi con proiettili nel rene o vesciche squarciate da coltellate.In due settimane ho visto cose che probabilmente in Italia si vedono in anni.  Ma l’ambiente ospedaliero è sempre stato assolutamente tranquillo: ti rispettano e ti ringraziano. Sono sempre molto pazienti, attendono lunghe ore senza mai lamentarsi. Ci sono liste d’attesa anche di 1600 persone».

Tra le esperienze vissute anche il terzo trapianto di pene eseguito al mondo: « Ho avuto la possibilità di seguire in parte quel lavoro complesso. E poi ho i controlli posteriori: l’uomo trapiantato è tornato ad avere una vita piena e ha anche superato il problema del differente colore dell’organo impiantato».

Dall’ospedale alla vita quotidiana, l’esperienza di Guglielmo è stata eccezionale nonostante l’elevata criminalità: « Città del Capo è la tredicesima città più pericolosa al mondo – racconta – Andare in giro in autobus o treno è vietato: quindi ho comprato l’auto. Durante il giorno puoi fare ciò che vuoi: è piena di turisti, ha molte attrattive. Dalle 19 cala il “coprifuoco”: per andare in giro occorre fare attenzione. Mai parcheggiare lontano dal luogo di destinazione: in quel caso per raggiungere la propria macchina si chiama un taxi o uber. Non andare in giro da soli, evitare certi quartieri e strade. Per il resto si vive bene. Mi ero fatto una bella compagnia di amici tra colleghi che provenivano da diversi paesi del mondo. C’erano anche altri italiani. Poi c’è il mare dove ho fatto surf e la montagna alle spalle per camminate e scalate incredibili. Tutto molto bello…».

Alla fin, però, ha scelto di tornare:« Mi mancava la cucina italiana e sentivo nostalgia di case e degli amici con cui sono cresciuto. Ora sto finendo la specialistica al Villa Turro di Milano, clinica del gruppo San Raffaele. Hanno una tecnologia all’avanguardia, utilizzano i robot ed è un’esperienza a cui tengo molto.  So che il mio futuro è aperto. Sono pronto a rifare la valigia e a ripartire: in Italia o nel mondo, a me interessa solo fare il medico».

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 13 marzo 2018
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