“Il DAMA è un servizio prezioso, senza spazi e poco personale”

Una lettera denuncia le difficoltà del servizio di accoglienza per persone fragili dell'ospedale. Pier Fausto Vedani riflette su come si valorizzino le eccellenze pensate per rispondere a bisogni veri

servizio dama

Egregio Direttore,

per l’esperienza vissuta nel trattamento diagnostico-terapeutico di un familiare a me caro affetto da una grave patologia neuro-degenerativa non althzeimer, e trent’anni di formazione di esperienze specifiche sul campo mi fanno dire senza tema di smentite che a Varese, presso l’Ospedale di Circolo e Fondazione Macchi, opera un piccolo centro di valore assoluto, vero segno di una nuova civiltà dell’accoglienza e dell’assistenza. E’ il Servizio D.A.M.A. (Disabled Advanced Medical Assistance).

Dedicato esclusivamente a pazienti con gravi disabilità intellettive, comunicative e neuro-motorie. Il Servizio adatta il percorso ospedaliero alle specifiche esigenze delle persone più fragili mediante la stretta collaborazione di tutte le Unità operative coinvolte, e, come nelle aspettative dei suoi promotori, si sta ora di fatto affermando, anche grazie al coinvolgimento con realtà operanti sul territorio che si fanno carico della medesima tipologia di pazienti, come un nuovo modello accoglienza e di assistenza per tutto l’Ospedale. Si trova in uno spazio adiacente al Pronto Soccorso ed è accessibile anche da un ingresso posteriore, agevole per le ambulanze e, in generale, per tutti i pazienti con difficoltà a deambulare.

Offre servizi ad alto profilo, in un clima di grande umanità, pazienza e cordialità di cui va dato a merito all’unico medico del servizio e al personale tutto, nonostante il fatto che la dotazione organica, sotto il profilo qualitativo e quantitativo, sia ormai ai limiti della possibilità di risposta ai bisogni di un’utenza delicata e complessa, dai numeri già oggi importanti (circa 1.000 pazienti all’anno) e in crescita costante. Se la collocazione del Servizio D.A.M.A. ha un senso, altrettanto non si può dire degli spazi che gli sono stati assegnati, frutto della ristrutturazione di un unico locale originariamente destinato a palestra di fisioterapia. Sono spazi angusti in assoluto e a maggior ragione con riguardo al numero ed alla tipologia di utenti presi in carico ogni giorno. E’ uno spazio che non consente di ampliare le possibilità operative del Servizio e neppure l’introduzione di servizi logistici, di supporto e comfort di cui il cittadino comune si aspetterebbe la disponibilità in un Day Hospital ospedaliero di medio livello.

Nel contesto attuale, così carente di spazi, è difficile anche solo ipotizzare l’inserimento di nuovi operatori che possano farsi carico dei bisogni di un’utenza non solo quantitativamente rilevante, ma in continua crescita, e, intuitivamente, anche di gestione complessa.

Quando è stato realizzato il Progetto D.A.M.A. evidentemente, non si è preventivato una così rapida crescita nel gradimento e nella fruizione da parte dell’utenza. Ma oggi questa è divenuta una realtà sotto gli occhi di tutti, cittadini, operatori sanitari e associazioni, e non può continuare a rimanere senza risposte concrete, anche graduate, ma programmate, ma deve diventare una priorità di breve periodo almeno in termini di spazi fruibili e, nei limite del possibile definito dagli attuali vincoli, di una dotazione organica più adeguata.

Varese, Lettera firmata

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Le critiche alla gigantesca frana dell’assistenza sanitaria nel Nord Ovest lombardo, cioè a casa nostra, non devono far dimenticare alcuni aspetti di alto profilo dell’azione di coloro che hanno gestito per anni (e si accingono a farlo per altri cinque), il sistema sanitario regionale sottoponendolo a un paio di riforme. Quella che doveva essere avanguardia si è a volte presentato, almeno a Varese, come un incredibile flop progettuale .Nel 2001 si è infatti partiti con il progetto di riduzione dei posti letto del nostro ospedale, storicamente a quota 1200, scendendo a 833 per poi subito finire prima a 757 e oggi essendo stata di fatto valutata la sanità come una impresa di un settore tradizionale delle attività, siamo a 450 letti (!!!!): da una quindicina d’anni si annunciano soluzioni miracolistiche mentre all’infuori del mondo politico – salvo purtroppo rare eccezioni delle opposizioni – la città e il territorio hanno perfettamente capito, a loro spese, che è inattuabile il ridimensionamento del servizio di tutela della salute, che ricoveri, malattie, cure intermedie sono problemi non affrontabili e risolvibili con fantasiose e addirittura inopportune scelte e disposizioni normative. La gestione per esempio del Pronto Soccorso ricorda il tentativo di far entrare una intera botte di vino in una bottiglia.

Teoricamente indicato come riferimento di livello regionale oggi a causa della riduzione dei posti letto è diventato un problema per i cittadini e anche per i medici e gli infermieri che ci lavorano. Per quanto tempo ancora funzionerà l’accampamento di viale Borri? Ma nessuno si vergogna a Palazzo Lombardia?

Le conseguenze di questa assurda gestione non solo ricadono su chi ha la sfortuna di avere assistenza urgente: danni gravi in termini culturali e sociali vengono fatti anche alle istituzioni fondamentali per la crescita della comunità, cioè l ‘intero ospedale di Circolo e la Facoltà di Medicina e Chirurgia. Il nostro giornale da tempo si batte perché ci siano attenzione e ascolto reciproci tra riformatori e territorio al quale, per esempio attraverso i consigli comunali, si deve dare voce e possibilità di dialogo e valutazione.

Visti i risultati ottenuti sino a oggi dopo lunghi anni di scelte lunari e soprattutto imposte secondo criteri aziendalistici adatti a ben altri settori operativi, la comunità ha cominciato a ribellarsi, i risultati delle recenti elezioni lo hanno confermato attraverso specifiche, ben mirate bocciature, vero segno di una sentita protesta: la partecipazione, la democrazia sono ben altra cosa. Iniziative come il DAMA ci dicono che la capacità di governare c’è, sta al mondo della politica di recuperarla pienamente.

Da oggi Varese a Palazzo Lombardia ha come interlocutore un leader che da sindaco ha toccato con mano la portata delle negatività gestionali del servizio sanitario offerto alla nostra città da troppi anni. Attilio Fontana avrà ampia possibilità di spiegarle anche di persona all’intero consiglio regionale. Ci contiamo.

E il governatore avrà anche preso atto della reazione che si è avviata da noi. Dove il Centrodestra ha una lunga tradizione, ma ha dimostrato che sa anche bocciare.

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Pubblicato il 12 aprile 2018
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