Lidia Macchi, “ci fu violenza sessuale, e poi l’omicidio”

Nella discussione dell’avvocato di Parte civile, un secondo movente che avrebbe spinto Stefano Binda a uccidere. L’appello all'imputato: «Si metta una mano sul cuore, e parli»

Alle 12.20 di oggi, venerdì, due uomini si sono guardati in faccia, dritti negli occhi in un’aula di tribunale e per quattro volte. Uno, in piedi, era l’accusatore, l’avvocato Daniele Pizzi, parte civile nel processo per l’omicidio di Lidia Macchi, avvenuto 31 anni fa.

L’altro. l’imputato, seduto, di una decina d’anni più vecchio con gli occhiali e il pizzetto: Stefano Binda.

Si studiano per qualche secondo, perché uno dei due sta facendo una domanda all’altro, rivolta propio a lui, che lo ascolta in silenzio, e non risponde: «Vogliamo chiedere a lei di mettersi una mano sul cuore, e di dire tutto quello che sa. Ci dica esattamente quello che accadde 31 anni fa. Siamo certi che lei sa quello che avvenne. Se davvero non è stato lei ad uccidere Lidia è nostra convinzione che lei sappia più di quello che finora ha detto».

Paola Bettoni, madre Lidia Macchi

Siamo quasi alla vigilia di una decisione importante richiesta alla Corte d’Assise di Varese, cioè giudicare l’imputato accusato di aver ucciso con 29 coltellate Lidia il 5 gennaio del 1987 al Sass Pinin, luogo di tossici e sbandati a Cittiglio.

Ha già parlato la pubblica accusa, rappresentata dalla procuratrice generale Gemma Gualdi. Oggi il legale della famiglia che rappresenta la madre, il fratello e la sorella di Lidia ha chiesto, in caso di condanna, una provvisionale esecutiva di 500 mila euro per ogni parte rappresentata (fa un milione e mezzo).

E la condanna, anche secondo l’avvocato Pizzi, dovrà essere all’ergastolo.
Il rappresentante dei Macchi ha scelto il fronte comune con l’accusa, ma portando all’attenzione dei giudici togati e popolari un movente diverso da quello ascoltato qualche giorno fa e ipotizzato dal pm Gemma Gualdi: l’omicidio della ragazza non sarebbe legato all’innamoramento di Lidia nei confronti di Stefano, ad un’infatuazione fatale, ma si sarebbe invece trattato di una vera e propria violenza sessuale sotto la minaccia di un’arma, a cui sarebbe seguito l’omicidio.

«Ma ti rendi conto di cosa mi hai fatto?». Queste parole – o qualcosa di simile – secondo l’avvocato Pizzi, pronunciate da Lidia dopo quella violenza, sarebbero state la garanzia che la giovane avrebbe denunciato subito quell’aggressione sessuale. Parole come scintille capaci di innescare nell’imputato la rabbia e la ferocia con cui sono state inferte le coltellate in quel corpo sì muscoloso e in grado di abbozzare una fuga nel buio di quei boschi, per soccombere però pochi metri dopo, schiacciato dal suo assassino.

Si è trattato, dunque, dell’apertura di un secondo movente che – a detta dell’avvocato – non va ad inficiare quello tratteggiato dalla Pm, ma è da considerarsi «alternativo».

Binda – sempre secondo l’avvocato Pizzi – non solo non era a Pragelato nella gita di quel gennaio menzionata come alibi, ma conosceva Lidia, e la semplice consapevolezza di conoscere quel giovane, fuori dall’ospedale di Cittiglio, che le chiedeva un passaggio, sarebbe stata sufficiente per far aprire la portiera della Panda verdina della ragazza e consentire al suo aggressore di salire, estrarre una lama, obbligarla al primo rapporto sessuale della sua vita, e poi uccidere. Nessun riferimento, nella discussione di Pizzi, su quell’auto di colore chiaro citata nella requisitoria, auto del tutto simile a quella in uso dal Binda nel periodo dei fatti.

Il processo, anche secondo la famiglia, rimane indiziario: manca la prova regina contenuta in quei vetrini distrutti nel 2000, con scritto probabilmente nome e cognome dell’assassino.

Un altro punto importante su cui anche la Parte civile ha insistito è stata la grafia della lettera inviata alla famiglia il giorno dei funerali della ragazza che combacerebbe secondo le perizie di parte a quella delle cartoline ricevute da Paola Bianchi, conoscente di Binda, che di fatto fece aprire il processo che vede imputato questo cinquantenne di Brebbia da due anni in carcere.

Ora sarà interessante ascoltare cosa diranno i difensori, Sergio Martelli e Patrizia Esposito, il prossimo 20 aprile, vera vigilia della sentenza prevista per il 24 di questo mese.

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di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 13 aprile 2018
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