Musica e architettura: le due facce di Daniel Libeskind

L’archistar al Museo Maga ha raccontato i suoi esordi e la sua lunga carriera che lo ha portato a realizzare importanti architetture in tutto il mondo

Daniel Libeskind al Maga

La Sala degli Arazzi del Museo Maga ha avuto l’onore di ospitare Daniel Libeskind, uno dei più importanti architetti del mondo, per inaugurare la rassegna Archimade2018. Un’archistar, come molti amano dire oggi e come lui probabilmente non ama come definizione. Per l’evento, che ha avuto luogo ieri, la sala degli arazzi era completamente piena. Pochissimi erano gli spazi in piedi per le centinaia di persone accorse al museo per ascoltare l’architetto che, tra le sue opere, annovera il Jewish Museum di Berlino, la London Metropolitan University, la Freedom Tower (il grattacielo sorto sulle ceneri delle Torri Gemelle) e, qui in Italia, della Torre Libeskind, elemento principale del grande progetto City Life di Milano.

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Grande è il legame di Libeskind con l’Italia. Qui infatti ha collaborato molto negli anni, tra Milano, con le residenze Libeskind, Como (sua la scultura The Life Electric), Padova (con il monumento in memoria delle Torri Gemelle ‘Memoria e luce’) e Brescia, dove è in corso la realizzazione della EB Tower.

Incuriosisce, però, l’inizio di carriera dell’architetto, che con l’architettura ha poco a che fare. Nell’intervista, condotta da Marco Carminati, afferma che il suo sogno era diventare un musicista: “Iniziai come musicista, suonavo il pianoforte, ma col senno di poi non posso dire di aver abbandonato totalmente quella passione; la musica e l’architettura sono più simili di quanto si pensi: si tratta, in entrambi i casi, di seguire l’armonia”.

Interessante è scoprire quali sono stati i suoi primi passi nel mondo dell’architettura: “I primi tempi lavorai per alcuni architetti, nei loro studi, ma era estremamente noioso. Così decisi di lasciare”. “Ma dato che avevo bisogno di soldi”, continua Libeskind, “decisi di cominciare a insegnare. Fu una grande esperienza perché erano più le domande che mi ponevo rispetto alle risposte che dovevo dare. In quegli anni, inoltre, potei interessarmi ad altre materie. Perché limitarsi a studiare solamente architettura quando ci sono così tante cose interessante da vedere e approfondire?”.

Semplice quanto efficace il consiglio che l’artista polacco, poi naturalizzato statunitense, dà ai giovani architetti: “Disegnare. L’architettura è tutta nel disegno. Come disse Bernini, ‘l’architettura è l’unica arte che consiste solamente nel disegno’. È proprio così. Per anni non ho fatto altro che disegnare, e quando ho cominciato ad avere progetti importanti, ho continuato a disegnare. Aldo Rossi (che fu amico personale di Libeskind, ndr) diceva che non gliene importava molto della costruzione, ciò che gli importava di più era il disegno”. Quando gli viene domandato se si vede rappresentato nella corrente del decostruttivismo, Libeskind risponde: “Non mi rivedo tanto in questa classificazione. Penso di essere un architetto tradizionale, ma in ogni caso ogni architetto ha il proprio stile. Come disse Mozart, quando gli chiesero come mai le sue opere avevano uno stile così unico e così diverso da quelle di Salieri, rispose: ‘Be’, basta guardarmi in faccia. Il mio stile è diverso così come è diversa la mia faccia’.

Libeskind quindi si concentra sulle città, sul loro ruolo nel XXI secolo e come vanno gestite: “Le città sono entità storiche, così come lo è Gallarate. La memoria è importantissima. L’architettura è memoria. In qualsiasi posto sulla Terra, persino nel deserto, c’è più che semplicemente un luogo, una piazza, una costruzione. Per questo motivo io riprendo sempre vecchie costruzione e le faccio splendere di una nuova luce. È molto meglio riutilizzare vecchie costruzioni che costruire dal nulla, anche e soprattutto perché ciò non è più sostenibile”. La sostenibilità è un tema molto caro a Libeskind, e ancora troppo poco ai costruttori nostrani: “Non possiamo più devastare l’ambiente come abbiamo fatto finora. Non possiamo più permettercelo”. “Le soluzioni? Non costruire più niente dal nulla e sfruttare il cielo invece che il suolo; andare in verticale invece che in orizzontale”. Il cosiddetto slancio verso l’alto, di cui Libeskind è uno dei più grandi sostenitori, è ormai evidente nelle grandi metropoli del mondo, ma non solo: “A Tolosa, in Francia, non certo una grande cittè come Parigi o Marsiglia, vi era una gara per la riqualificazione di un edificio: la scelta era tra un edificio basso e largo (‘fat’ è il termine che utilizza l’architetto, ‘grasso’) e il mio, sviluppato verso l’alto. Ha vinto il mio, nonostante la diffidenza iniziale degli organizzatori”.

Infine, quando gli viene chiesto dove porterebbe un eventuale fan club di Libeskind di Gallarate, risponde ironico: “Gallarate è Gallarate. È unica e non vi è da nessun’altra parte. Quindi non saprei proprio cosa rispondere”.

Un grande evento di cui può andare fiera tutta la città, considerati anche i complimenti che l’architetto rivolge al Museo Maga, dopo aver visitato la mostra ‘Kerouac Beat Painting’ (in esposizione fino al 22 aprile).

Questo articolo rientra nel progetto del Social Team di [OC] Officina Contemporanea, la rete per la cultura a Gallarate

Marco Caccianiga

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Pubblicato il 15 aprile 2018
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