Tecnologia e social: la sfida della scuola che educa

Nell'aula magna dell'istituto Gadda Rosselli docenti, dirigenti e studenti si sono interrogati sull'utilizzo degli smartphone in classe

tavola rotonda scuola e smartphone

Ad affidarsi ciecamente ai motori di ricerca si rischia di fare la figuraccia di quella studentessa che presentando la tesina alla Commissione d’esame per la maturità definì il Baccalaureato come “la patente di pesca del baccalà nel mare del nord”.

L’imbarazzante episodio è stato raccontato dalla preside del liceo Crespi di Busto Arsizio, Cristina Boracchi, durante l’incontro formativo promosso dagli istituti Ponti di Gallarate e Newton di Varese ed emblematicamente intitolato “I social e la scuola: opportunità, rischi e prospettive”.

Aperto alla partecipazione di docenti e dirigenti scolastici, l’iniziativa, tenutasi al Gadda Rosselli di Gallarate, alla presenza, tra gli altri, del dirigente dell’Ufficio Scolastico Territoriale di Varese Claudio Merletti, è servita a porre sotto la lente di ingrandimento alcuni degli aspetti più problematici legati alla prepotente affermazione delle nuove tecnologie informatiche.

Sollecitati dal padrone di casa che ha moderato i lavori, il dirigente scolastico Pietro Andrea Bosello, tutti i partecipanti si sono soffermati sulle potenzialità e le criticità del web. A partire da una domanda a cui non è stata ancora fornita una risposta univoca e definitiva: consentire o meno agli studenti di portarsi in classe lo smartphone. Un vero e proprio dilemma che richiama in qualche modo le indicazioni contenute nel Decalogo per l’uso dei dispositivi mobili, recentemente presentato a Bologna dal ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli (http://www.cremit.it/decalogo-luso-dei- dispositivi-mobili- scuola/).

Un documento che invita a guardare con interesse e senza pregiudizi ai cambiamenti in atto, privilegiando comunque la dimensione della responsabilità. In quest’ottica, il punto 7 sottolinea che “l’uso dei dispositivi, analogici o meno, deve essere sempre promosso dai docenti e l’introduzione del digitale in classe rimane a loro discrezione”.

La patata bollente, per il momento, rimane quindi nelle mani degli insegnanti e dei singoli istituti. La strada da percorrere, almeno stando al tenore della discussione, rimane quella della educazione ai social mentre viene accantonata qualsiasi pulsione censoria nei confronti di strumenti che gli alunni usano quotidianamente e per più ore al giorno. A confermarlo, qualora ce ne fosse bisogno, è il sondaggio effettuato da Benedetta Milani, studentessa del liceo linguistico Manzoni di Varesecomponente della Consulta provinciale studentesca. Tra gli intervistati, cioè i suoi compagni, il social più usato è Instagram che permette di fare dirette e pubblicare foto visibili per 24 ore; l’80% dei ragazzi sostiene di usare i social network per almeno due, tre ore al giorno; quattro su dieci ritengono invece che gli effetti negativi dei social possano variare da persona a persona.

Ma che l’impatto dei social sui più giovani, e non solo, produca anche conseguenze dannose, talvolta fino alla dipendenza patologica, è ormai un dato acquisito della ricerca scientifica. Adam Alter, professore alla New York University Stem School of Business se n’è diffusamente occupato nel suo fortunato libro “Irresistible. The rise of addictive technology and the business of keeping us hooked”, tradotto e pubblicato in Italia dall’editore Giunti. I social network soddisfano infatti il bisogno primario degli esseri umani di sentirsi apprezzati e amati e ciò contribuisce a spiegare il loro indiscutibile successo. Con lo smartphone abbiamo il mondo tra le mani, per dirla con il filosofo Maurizio Ferraris, ma al contempo siamo nelle mani del mondo e perciò irrimediabilmente esposti ad offese, minacce e intimidazioni derivanti da un uso distorto della rete. Il cyberbullismo, altro fenomeno assai complesso, si spiega alla luce di queste dinamiche perverse in cui alla aggressione fisica si sostituisce quella digitale ma non per questo meno pericolosa.

Fronteggiare questo scenario non è certo facile nemmeno per chi ha fatto dell’insegnamento la propria ragione di vita. E così i docenti si mettono in discussione, si formano, organizzano iniziative e promuovono luoghi di confronto, sfruttando al meglio le risorse finanziarie disponibili ed operando secondo la logica del lavoro di squadra. È questo il caso dell’interessante Progetto di ricerca sulla mappatura delle metodologie didattiche (http://www.metodologiedidattiche.it/) presentato durante l’incontro formativo da uno dei suoi promotori, l’animatore digitale dell’istituto Ponti, Mauro Sabella.

Quello della provincia di Varese si conferma dunque un territorio sensibile alle sfide del futuro. Per le scuole, in particolare, si tratta di considerare l’innovazione tecnologica come un alleato fondamentale per progettare e realizzare programmi educativi finalizzati a formare persone dotate di spirito critico e capaci di valorizzare talenti e competenze.

Perché dopotutto questa è stata e rimane la principale missione della scuola.

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Pubblicato il 13 aprile 2018
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