Il tumore al seno raccontato attraverso i delicati scatti di Silvia Amodio

La mostra, nata da un’idea di Coop Lombardia, verrà inaugurata al Castello Sforzesco di Milano il 19 Maggio

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Il 19 maggio, nella prestigiosa Sala Panoramica del Castello Sforzesco di Milano, si inaugura la mostra fotografica “Io ero, sono, sarò”, un progetto nato da un’idea di Coop Lombardia e realizzato da Silvia Amodio, fotografa e giornalista.

Secondo gli ultimi dati dell’AIRTUM -Associazione italiana registri tumori- nel 2017 si sono ammalati di tumore alla mammella 50.000 donne e 500 uomini. E se un tempo la fascia di età più a rischio era compresa tra i 40 e i 60 anni, oggi la forbice si è allargata fino a raggiungere ragazze di 18 e signore oltre gli 80.

“Un giorno si sono presentate in sede due signore di un’associazione sportiva dedicata a chi ha avuto un tumore al seno. Cercavano un piccolo supporto per le loro attività. Le loro, purtroppo, erano storie comuni, che ci hanno ricordato quelle di amici, parenti o conoscenti. Abbiamo sentito il bisogno di fare
qualcosa, di raccogliere queste testimonianze insieme a quelle di altre donne che hanno vissuto la stessa esperienza, perché raccontare e celebrare la vita è importante.” – Alfredo De Bellis, vicepresidente vicario di Coop Lombardia.

La mostra, a cura di Silvia Amodio e Luca Perreca, è composta da 50 fotografie di grande formato, 49 donne (e un uomo) con solo un velo sul corpo, che descrivono in maniera elegante, originale e onesta la ferita e le storie di chi si è misurato con il dolore della scoperta e la fatica delle cure, ma anche di chi ha colto l’opportunità di rimettersi in gioco, ripensare a come prendersi cura di sé e trovare il coraggio di realizzare un sogno.

Gli scatti raccontano con grazia la lotta e la speranza, ma soprattutto il traguardo di una rinascita. I
colori tenui e garbati e la delicatezza della fotografia ci rivelano l’anima e la forza di queste splendide
donne. Chi ha deciso di partecipare al progetto lo ha fatto per celebrare la vita.
Il progetto vuole essere anche una profonda riflessione sul tempo. Il tempo scandisce tutto dall’inizio,
una dimensione con cui ci si misura in continuazione e che condiziona ogni scelta. Da qui il titolo: Io
ero, sono, sarò – prima, durante e dopo la malattia.
Il lavoro si sviluppa grazie al continuo confronto tra la fotografa e le protagoniste perché
misurarsi con il dolore non è stato facile. La casa studio di Silvia ha contribuito a creare un clima
familiare, di fiducia reciproca e di intimità mentre la presenza di un truccatore professionista ha rimesso al centro la bellezza.  Il velo, leggero, trasparente e avvolgente, è il fil rouge di tutti gli scatti. Il suo utilizzo ha consentito di “giocare” sul set e di (s)velare non solo le parti del corpo colpite dal male ma anche le cicatrici profonde
e non sempre visibili. Le storie di queste donne raccontano di chi scopre per caso la malattia tre giorni prima del matrimonio o di chi si accorge che c’è qualcosa che non va perché il figlio lattante smette improvvisamente di “attaccarsi a uno dei due seni”, di chi nota una strana reazione del proprio gatto oppure semplicemente si sottopone a un controllo di routine.

“Ho provato che cosa significhi ‘sentirsi crollare il mondo addosso’. Ogni tre mesi i controlli mi portano a fare i conti con la realtà, ma sono pronta ad affrontarli con la consapevolezza che potrò sempre
rialzarmi e guardare a oriente, per vedere il sole dietro le nuvole” – Annalisa 56 anni.

“’Ehi mamma, cos’è questa pallina?’ Mi chiede mio figlio una mattina qualunque. Una settimana dopo
ero finita nel girone dantesco dei controlli. A scacciare la paura è stato un semplice pensiero: se il mio
corpo ha generato una pallina, allo stesso modo perché non può eliminarla? Oggi sono una donna in
cammino, il domani lo attendo un giorno alla volta, senza fretta e aspettative” – Silvia 47 anni.

“Questa esperienza è stata così significativa che ho deciso di festeggiare a un anno dalla diagnosi con
un viaggio con le amiche a Barcellona. A un anno dall’operazione ho tatuato un colibrì simbolo di gioia
di vivere, capacità di vedere i pericoli ma anche resilienza” – Nadia 28 anni.

“La diagnosi di cancro è lo spartiacque tra una vita tranquilla e una governata da forza e
determinazione: un nuovo punto di partenza. La malattia mi ha portato ad avvicinarmi ad altre donne
che stavano affrontando il mio stesso percorso, e con loro ho trovato tanta forza, positività e voglia di
stare insieme”- Tullia 53 anni.

La parola “cancro” fa paura e spesso si finisce per girarci attorno e per dargli altri nomi, come “t-rex”,
“l’intruso”, “ospite” o “Barbablù”. La prima domanda è “perché è capitato proprio a me?”. Dopo si
pensa ai capelli che cadranno, o a quanto si ingrasserà a causa delle cure, e poi alla perdita delle
sopracciglia che porta a non riconoscersi più allo specchio.

La mostra sarà accompagnata da un catalogo (a cura di Terre di mezzo Editore) che conterrà tutti i
50 scatti realizzati corredati dalle rispettive storie e da una serie di interventi scientifici e
istituzionali. Tra loro anche il racconto di un uomo che a 41 anni scopre un nodulo al seno e inizia la
sua sfida verso la guarigione. A firmare la prefazione è il fotografo Giovanni Gastel che descrive
così il lavoro di Silvia Amodio: “La leggerezza del suo racconto è sempre vicina alla poesia. Il suo
impegno su temi importanti e profondi non le impedisce di filtrarli attraverso la sua splendida
freschezza di linguaggio. E questo porta verso una visione positiva del tema trattato. Questo
straordinario lavoro di Silvia stempera e rende anche un argomento come il tema del tumore al seno
una carrellata di bellezze femminili che la malattia non è riuscita ad intaccare ma anzi ha, in qualche
modo, reso ancora più consapevoli che il tragitto drammatico cui sono state sottoposte rende la loro
bellezza più profonda, la loro presenza nel mondo importantissima e necessaria al tessuto della storia”.

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 17 maggio 2018
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