Il digitale cambia il turismo ma non le leggi

Strutture ricettive tradizionali e case private su Airbnb, la differenza tra le due categorie è molto tecnica, si basa su una legislazione lacunosa ed è oggetto di uno “scontro” che per alcuni aspetti ricorda quello tra Uber e taxisti

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La trasformazione digitale ha cambiato la vita. Sta stravolgendo quasi tutti i settori dell’economia e il turismo è uno di questi.

In questi giorni attraverso i dati che abbiamo estrapolato ed elaborato (grazie anche alla piattaforma SocialBeat) siamo riusciti a ricostruire una panoramica dell’offerta di alloggi turistici in provincia di Varese.

Ci siamo rifatti a due fonti di dati:

Da un lato quelli che fanno riferimento alle strutture ricettive tradizionali (alberghi, b&b, campeggi ecc..) e dall’altro all’offerta della piattaforma Airbnb che contiene anche alcune strutture tradizionali ma per la maggior parte case e stanze messe sul mercato da privati.

La mappa degli Airbnb in provincia: 1600 alloggi e 4500 posti letto

Nelle strutture ricettive del Varesotto 24mila posti letto per i turisti

L’offerta complessiva, da nord a sud della provincia, arriva a quasi 2mila luoghi dove poter dormire. Nello specifico sono 519 le strutture ricettive tradizionali e 1.610 sulla vetrina digitale di Airbnb.

La differenza tra le due categorie è molto tecnica, si basa su una legislazione lacunosa ed è oggetto di uno “scontro” che per alcuni aspetti ricorda quello tra Uber e taxisti.

L’oggetto del contendere sono gli adempimenti ai quali le differenti tipologie devono sottostare: da un lato le strutture ricettive tradizionali e dall’altro le case private.

Albergatori e titolari di b&b lamentano di dover sottostare a regole, tasse e adempimenti burocratici sempre più complicati a differenza di quanto accade per molti titolari case private su Airbnb e ad alcuni meccanismi di elusione fiscale. Questo costituisce uno squilibrio sul piano della concorrenza.

“Sugli Airbnb c’è un problema di regole: devono essere uguali per tutti”

Dall’altro lato i titolari delle case private rivendicano una situazione completamente diversa e assimilano l’affitto a breve termine dei propri locali ad un comune affitto, che nulla ha a che fare con un’attività imprenditoriale di accoglienza. Alla locazione turistica, quindi, rivendicano di applicare le norme del codice civile e quelle delle leggi speciali che regolamentano in generale la locazione degli immobili adibiti ad uso abitativo.

“Le case su Airbnb vanno considerate come normali affitti a scopo turistico”

In mezzo ci sono tutta una serie di adempimenti tecnici che, non essendoci un chiaro quadro normativo, sono oggetto di aspre contestazioni da entrambe le parti.

Il più recente è quello che ha visto il Consiglio di Stato respingere un ricorso di Airbnb per la sospensione della normativa nazionale che prevede siano gli intermediari immobiliari (come Airbnb stesso) a raccogliere le tasse dovute dai proprietari per le comunicazioni alla Agenzia delle entrate.

C’è poi tutto il tema delle imposte di soggiorno che alcuni comuni d’Italia hanno concordato con la piattaforma spalancando enormi introiti da investire nel turismo.

Si tratta di alcuni dei tanti capitoli aperti dalla trasformazione digitale che in questo caso ha unito la versatilità di internet ai principi della sharing economy. Questo ha ampliato e reso dinamica e flessibile l’offerta di accoglienza turistica in un quadro normativo che, però, non si è ancora adeguato, mettendo in difficoltà o addirittura ostacolando tutti i soggetti coinvolti.

Un’incertezza che in altre zone d’Italia sta producendo anche effetti collaterali rilevanti: come la cosiddetta “airbnbizzazione” dei centri storici e l’aumento dei prezzi degli affitti. A Varese questo non si vede ancora ma non c’è dubbio che da tutte le parti e fra tutti gli attori in campo ci sia bisogno di maggior chiarezza.

di tomaso.bassani@varesenews.it
Pubblicato il 14 giugno 2018
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