«Ho ipotecato la casa della mia famiglia, e sono stato truffato»

Il sogno di diventare commerciante che si infrange dopo anticipi e versamenti a un mediatore d’affari imputato per truffa aggravata

Avarie

Ipotechi la casa di famiglia, parti con l’idea che da sempre ha coronato i sogni della tua vita: aprire un negozio, diventare imprenditore e guadagnarti da vivere onestamente.

Ma se dopo aver pagato i primi acconti comincia a saltare l’inaugurazione, il tuo contatto di quella catena in franchising si fa attendere e cominci a capire che qualcosa non va per il verso giusto, allora tutto questo rischia di trasformarsi in un incubo.

Uno di quei brutti presentimenti che come un tarlo ti ronza in testa e ti fa fare pensieri su pensieri, ti toglie il fiato e alla lunga ti rovina la vita.

Si è respirato tutto questo in un processo per truffa nell’aula del palazzo di giustizia dove oggi, lunedì 18 giugno, si è discusso per stabilire la verità su un episodio che risale oramai a diverso tempo fa.

Era il 2010 quando fratello e sorella, entrambi del Luinese, decisero di aprire un negozio di abbigliamento e per farlo scelsero di “indagare” le varie opzioni offerte dalla rete e alla fine riposero la loro fiducia su di un noto marchio di abbigliamento, presente anche a Varese.

C’era un nome e un cognome, un contatto da sentire. Così partirono le prime telefonate di interessamento a cui ne seguirono altre e poi un incontro: “La cosa si fa, ma ci vogliono i soldi”.

Contestualmente, infatti, l’imputato per truffa aggravata – che non era presente nell’udienza odierna – chiese corposi anticipi a copertura delle prime forniture di mobilio per arredare il negozio.

Addirittura venne richiesta una fidejussione che tuttavia la banca tardò a concedere perché in assenza di un contratto scritto. Suonarono allora i prima companelli d’allarme: erano i mesi dell’autunno del 2011. Ma oramai i giochi erano fatti, erano stati richiesti i mutui per coprire le spese d’affitto, e le ristrutturazioni erano oramai completate.

Così a ottobre dello stesso anno fratello e sorella programmarono di aprire il negozio.

Viene fissata la data, stampati manifesti e volantini, partiti gli inviti ma nulla: tutto saltato, la controparte sparita, il negozio pronto, ma vuoto.

Gli imprenditori in erba decisero allora di insistere, anche a fronte dei pagamenti fino ad allora sostenuti, attorno ai 45 mila euro, come ricordato di fronte alla corte e facendo seguito alle domande del pubblico ministero.

Vani anche i tentativi di organizzare un’altra inaugurazione, anch’essa sfumata, fino all’apertura dell’esercizio, con però le tasche vuote per via delle enormi spese sostenute per l’acquisto del vestiario da mettere in vetrina.

Ora il negozio è in vendita e i due sono parte civile nel processo che li vede come parti offese della vicenda.

Come andrà a finire? Si saprà in autunno, a novembre, quando si terrà la prossima udienza.

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 18 giugno 2018
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Commenti

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  1. Scritto da carlo196

    Di tutta la vicenda quello che urta è il tempo trascorso dai fatti e l’inizio del processo, oltretutto con la prossima udienza a novembre.
    In pratica un truffatore ha tutto il tempo di far sparire il maltolto e gabbare i truffati.
    Secondo il mio parere questo tipo di processi dovrebbero iniziare e finire nel giro di una settimana con al massimo un paio di udienze, mica siamo di fronte ad un omicidio.

  2. Scritto da Giorgio Martini Ossola

    In Italia esistono due modi per rubare;entrare in casa furtivamente la notte oppure truffare,entrambi restano impuniti perché sembra che appropriarsi delle cose altrui sia un reato secondario.Questo delinquente dirà di non avere più il maltolto e finirà tutto in nulla,perchè funziona così… ai gabbati non resterà che pagare le spese processuali e dell’avvocato,con buona pace della giustizia.

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