Insieme fino a Santiago di compostela

L’ultima tappa e l’arrivo a Santiago tra emozioni e riflessioni

Generico 2018

Santiago si fa desiderare fino all’ultimo. La tappa finale si percorre in gran velocità. 

Un ritmo incalzante, molto inconscio, perché poi tutti dicono che siamo andati senza fretta, ma di fatto, malgrado tre brevi soste, due per mettere dei timbri e scattare qualche foto e la terza per bere qualcosa, in poco più di quattro ore siamo arrivati. 

Stamattina come era prevedibile, alle 4 i ragazzi del gruppo di giovani italiani erano in piedi, e dalle cinque è iniziato il movimento in diverse camerate. La nostra sveglia puntata alle 6 di fatto è stata inutile. 

Sono solo venti chilometri per arrivare a Santiago ma si vede che in tanti desideravano arrivare molto presto. 

Per noi, ma in realtà per tutti, c’è la routine con i soliti gesti: si piegano i sacchi letto, la propria biancheria, si va a lavare la faccia e i denti, si cercano le scarpe lasciate all’ingresso, si preparano gli zaini e intanto si aspetta il proprio turno per il bagno. Una fugace colazione alle macchinette dell’ostello in attesa di un bar dopo qualche chilometro e si parte. 

Siamo tutti e otto, facciamo una foto fuori dall’ostello ripromettendoci di fare la prossima davanti alla cattedrale. 

È ancora buio e quando entriamo nel bosco non si si vede davvero niente. Per la prima volta dopo giorni servono le luci di una torcia e di qualche telefono. 

Si procede uno a fianco dell’altro. Nel silenzio più assoluto si sentono i nostri passi e i primi cinguettii sugli alberi. Sto un po’ sulle mie, come gli altri, mi risuonano ancora le parole della messa di ieri sera.  

“San Benedetto con i suoi benedettini rivoluzionò la Chiesa e non solo”. 

Ho ritrovato don Fabio che aveva celebrato l’eucarestia domenica a Portomarin. Frate guanelliano, è parroco di Pedrouzo dopo esser stato diversi anni in Val d’Aosta. 

Nel giorno dedicato al patrono d’Europa spiega gli elementi fondamentali dell’opera benedettina. “Vennero costruiti molti conventi che diventarono luogo di incontro in un periodo difficilissimo. Parte dell’Europa venne invasa da popolazioni del nord che noi chiamavamo barbari, ma che in realtà avevano una forte cultura seppur differente dalla nostra. Benedetto predicava che Dio viene sempre al primo posto e intanto favoriva la relazione tra i popoli diversi”. 

Ogni riferimento a quello che stiamo vivendo ognuno può cercarlo o trovarlo, ma il messaggio ai pellegrini durante la messa è stato ancora una volta forte e chiaro. 

La data di ieri ha avuto un altro grande significato per me perché esattamente tre anni fa entravo in piazza San Pietro dopo aver percorso gli ultimi 560 km della via Francigena. Ho scambiato diversi messaggi con Richard, uno splendido sessantenne olandese, con Marcos, trentenne Catalano e con Alberto di Treviso. Eravamo insieme condividendo l’emozione dell’ingresso a Roma. 

Mi domando come sarà a Santiago perché ormai manca davvero poco all’arrivo. La città non è grandissima con una popolazione ancora sotto i centomila abitanti. Lungo tutti i venti chilometri è un flusso continuo di pellegrini. Una tappa che ha poco da raccontare se non il desiderio di esserci, di arrivare. Lavacolla e il monte Gozo sono gli unici punti in cui qualcuno si ferma. Si gira intorno all’aeroporto senza vederlo. Poi finalmente, dopo un tratto di periferia si vede un cartello di ingresso della città. 

La pattuglia si ricompatta e oggi, a parte Thomas con un caviglia messa davvero male, siamo tutti in forma. Non ho voglia di parlare. Ho bisogno di sentire le emozioni  dopo tanto cammino. 

È la gratitudine la parola più forte che mi invade. Ho creduto nella mie possibilità di farcela ma ci sono stati un paio di intoppi fisici e devo ringraziare chi mi ha incoraggiato proprio in quei momenti. 

L’elenco delle persone che ho portato con me sarebbe molto lungo e anche da questo mi rendo conto di quanto sia fortunato. 

Ci sono poi gli elementi del cammino. In quattro settimane una sola ora di pioggia e due giornate di caldo vero. In compenso sono riuscito pure a prendere freddo. Un’accoglienza, salvo alcune eccezioni, per nulla calorosa, ma sempre molto efficiente perché ormai il cammino è più un’industria turistica che esperienza spirituale. Malgrado questo va un grandissimo grazie per tutti i posti che hanno permesso di poter dormire e anche di riposare un po’ bevendo una spremuta d’arancia. 

Da ultimo, ma in realtà al primo posto, ci sono le belle persone con cui ho condiviso il cammino. Alcune solo per pochi momenti, altre per diversi giorni. Con Giampaolo da Rovigo, serio bancario in pensione, da quando abbiamo rotto il ghiaccio non abbiamo mai smesso di scherzare. Lo stesso con Fabrizio che arriva da Sarteano, il paese più importante della Val d’Orcia se non addirittura della Toscana, secondo lui. Gigi e Costantino, due calabresi valdostani dato che ci vivono da quando avevano i pantaloni corti. Due pilastri nella compagnia, due colleghi di lavoro in mezzo si motori e da sempre amici inseparabili. Paolo da Foggia, l’unico vero meridionale con l’orgoglio di esserlo e con una tenacia assoluta. Il tedesco Thomas che si è fatto adottare e solo a sprazzi ci ha raccontato un po’ di disavventure toste. Sempre con il sorriso e la sempre positivo. E per finire Sabrina da Prato che ha portato la bellezza e la femminilità in un gruppo di anziani maschiacci. Elegante e sobria, autentica e determinata. La sua prima esperienza di cammino e soprattutto il primo distacco lungo dai suoi due bambini. Un piacere per tutti aver condiviso il cammino con lei. 

Santiago è solo una tappa. È solo un pezzo del viaggio che non può fermarsi in Galizia. È una bella prova, ma soprattutto una bella responsabilità perché come diceva il vecchio pellegrino saggio: “per diventare un bravo pellegrino si deve tornare a casa e amare i propri cari, ma anche i propri nemici”. 

La vita prosegue con tutte le proprie bellezze, ma anche con le tante cose che non vanno bene e che spesso ci indispongono. Da oggi andranno viste con occhi differenti pensando a cosa sia essenziale per la vita. 

Ancora grazie. 

di marco@varesenews.it
Pubblicato il 12 luglio 2018
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