La nascita dell’Insubria nei ricordi di chi c’era: “Grande l’entusiasmo”

Dal preside di Economia Sdralevich a quello di Scienze Valvassori, sino ai medici "storici" e alla docente di Diritto. Nei ricordi, gli anni frenetici che portarono al 14 luglio '98

foto storiche

Il 14 luglio 1998 nasceva, per firma del Ministro Berlinguer, l’Università dell’Insubria.

Un grande traguardo per la città di Varese come ricorda Daniele Marantelli: « Fu una grande vittoria politica trasversale. Del Comune e della Provincia a guida Leghista, della Regione con a capo il Partito delle Libertà e del Governo gestito dal centrosinistra. Dopo anni di tentativi anche generosi ma tutti inconcludenti, il 14 luglio fu il Ministro Berlinguer a istituire l’Università dell’Insubria.  Il via libera fu accelerato quando decidemmo di accettare la doppia sede perchè ottenemmo la garanzia che la sede del rettore sarebbe stata a Varese. Ci furono tanti protagonisti di questa vicenda che ha cambiato profondamente in positivo la città, ma politicamente andò così. Il più grande risultato culturale per la città e, se sommiamo lo stanziamento del ’99 per l’ospedale, fu il più importante risultato ottenuto dalla città di Varese».

Ma quel traguardo fu solo il coronamento di un grande lavoro di squadra, intenso, galvanizzante dove tutti si sentirono parte di un grande progetto. I lavori preparatori iniziarono ben prima di quel fatidico luglio: per la facoltà di medicina risalgono al 1972. In generale, furono gli anni ’90, tra il 1992 e il 1995, che portarono a Varese docenti, ricercatori e personale tecnico amministrativo per gettare le basi dell’ateneo che oggi compie 20 anni.

I loro racconti di allora fanno ben capire il valore di un’impresa di cui oggi si raccolgono i primi frutti.

« Io mi sono “spupazzata” l’università dal ’94 al 2015 – racconta la professoressa Laura Castelvetri ordinario di Diritto– Arrivai come ricercatrice, per poi diventare associato e quindi ordinario. L’Insubria è stata un’esperienza molto positiva: giurisprudenza nasceva da una costola della Statale di Milano. Io arrivavo da quella realtà enorme, che metteva in soggezione, con una platea di studenti infinita e, a volte, poco gestibile. Da un contesto dove si lavorava molto su incarico di terzi che non riconoscevano il merito. Como fu una rivelazione. A quel tempo, lo sparuto gruppo di studenti a cui insegnavo in alcuni locali di fianco all’asilo cittadino, era composto da veri eroi. Avevano scelto l’ateneo nonostante l’atteggiamento un po’ snobistico di parenti e amici. Il clima che si respirava in ateneo era molto coinvolgente. Tutti sentivamo di appartenere a qualcosa di importante e ci mettevamo il massimo impegno. Anche e soprattutto il personale tecnico e amministrativo, lavoratori spesso anonimi e poco considerati, senza i quali non si sarebbe costruito nulla. È stato un periodo molto positivo, di grande gratificazione: i ruoli e le posizioni non esistevano davanti alla spinta che ognuno di noi era chiamato a dare».

Stimato anatomopatologo di fama internazionale, Carlo Capella arrivò a Varese, da Pavia, nel lontano 1973: « C’era necessità di avviare un reparto di anatomia patologica. Nacque nel 1975 con il direttore Enrico Solcia il “Centro di diagnostica istopatologica”, frutto di una convenzione tra l’ateneo di Pavia e l’ospedale di Varese il cui presidente era l’avvocato Valcavi. Poi, nel 1990, è stata istituita la seconda facoltà di Medicina dell’Università di Pavia e sono stato, per otto anni, professore di anatomia patologica. In quella veste ho seguito le fasi di costruzione della nuova anatomia che sarebbe nata il 14 luglio 1998 con l’Università dell’Insubria. Sono stati anni entusiasmanti sia all’inizio nel ’73, sia nel 1990 e poi nel ’98. Momenti di grande fervore anche perché c’erano le risorse sia nel 1990 sia nel 1998. Nonostante io sia di Pavia, non mi è mai mancato quell’ateneo proprio perché ho avuto la fortuna di lavorare in un ambiente nuovo, in situazioni in cui occorreva “inventare un po’ tutto”. E questo mi ha dato grande carica. Tantissime le soddisfazioni, tra cui i miei studenti che si sono formai e laureati. In loro e con loro ho sempre trovato modo di essere felice di ciò che facevo».

Roberto Valvassori venne mandato a Varese nel 1995 dall’allora rettore dell’Università di Milano Paolo Mantegazza: « Il 1998 è stato un anno significativo per molte ragioni. Per noi di provenienza milanese a Varese, è stato l’anno in cui abbiamo “occupato” l’edificio realizzato in via Durant con i fondi e su progetto della Statale. Io ero arrivato nel 1990 per avviare la facoltà di Scienze e biologia. Eravamo ospitati nel Collegio Sant’Ambrogio e , via via negli anni, siamo andati allargandoci occupando i posti che le suore liberavano. Poi, nel 1994, i primi laureati a Varese dell’ateneo di Milano. Crescevamo in numero di studenti ma anche in dotazione e laboratori. Così, nel 1995 iniziarono i lavori in via Durant, su un terreno che era della Provincia e che lo aveva regalato per la costituenda università varesina.  Fu un momento di grande attività ed entusiasmo: dovevamo occuparci di tutto, dall’arredamento, all’organico. Arrivò anche il professor Lanzavecchia che diede un’impronta precisa: io e lui gestimmo la nascita della Facoltà di Scienze dell’Insubria. Il grande fervore che ci animava si è andato un po’ perdendo nel corso degli anni. Uno spirito pionieristico che è difficile raccontare a chi non l’ha vissuto». 

Alberto Sdralevich fu tra i principali protagonisti della nascita dell’ateneo insubre: « Sono stato membro del CUN e da quella posizione strategica ho lavorato per veder nascere l’ateneo. Sono arrivato a Varese nel 1992 per occuparmi della facoltà di Economia di cui sono stato preside fino al 2002, quando rassegnai le dimissioni. Avevo avuto una parte importante nella gestazione e nell’avvio. Sentivo che , a quel punto, il mio lavoro si era completato, dovevo farmi da parte per permettere a forze nuove di proseguire e far crescere Economia.  Gli anni precedenti a quel luglio sono stati intensi: io ero stato preside, docente, capobidello, segretario. Molteplici ruoli per correre verso l’obiettivo comune. L’Università di Pavia ci mandò del personale tecnico e amministrativo: ricordo quelle ragazze che partivano da Pavia ogni mattina e vi rientravano la sera. Ancora oggi, però, loro ricordano quei mesi come i migliori della loro vita professionale. Il clima, l’entusiasmo, la consapevolezza che si stava creando qualcosa di nuovo ci galvanizzava. Poi tutto è finito, com’è nella natura delle cose. Una volta stabilizzato e normalizzata la situazione, è subentrata una fase diversa dove io ho capito che dovevo farmi da parte. Mi rimane qualche rammarico, dei risultati abbandonati strada facendo per mancanza di volontà di andare fino in fondo. Lo avevamo scritto nello Statuto, ci credevamo, poi abbiamo accettato che logiche diverse prendessero il sopravvento. Avrei voluto attivare una consulta con il territorio per affrontare i problemi di inserimento dell’ateneo nel tessuto cittadino. Avrei voluto portare nel CdA due tecnici esterni che ci dessero una visione diversa dei programmi economici e gestionali. Avrei voluto realizzare un potente polo economico d’intesa con la Liuc e l’Usi di Lugano. Non è stato fatto nulla di tutto ciò. E sono convinto che sia stato un grande errore. Colpa mia, avrei dovuto impegnarmi di più….» 

Un po’ di amarezza si ritrova anche nelle parole di Paolo Cherubino diventato professore emerito, l’unico ortopedico ad aver ottenuto questo riconoscimento: « Eravamo partiti in quarta. Quando ho iniziato a fare il preside eravamo 32 professori, quando me ne sono andato eravamo circa 128: l’impulso c’è stato. Purtroppo in questi ultimi anni è come se quella crescita si sia arrestata. Il rapporto con la parte sanitaria non è stato positivo e non solo per colpa della componente  ospedaliera. Io ero abituato a lottare per l’affermazione di quelli che sono i principi universitari in un ospedale: il Circolo doveva essere un ospedale universitario. Oggi? Non c’è traccia di questa vocazione: non c’è nel logo, nel nome, sui ricettari. L’università è scomparsa. I miei ex colleghi cosa hanno fatto? Io e il rettore Dionigi abbiamo sostenuto liti anche furibonde con l’ex direttore Carlo Lucchina, un uomo che stimo ancora oggi moltissimo, erano confronti da cui l’ospedale usciva sempre rafforzato. Oggi si parla solo di problemi, di carenze, di impoverimento:  anche un tempo mancavano medici e infermieri, ma oggi la situazione è di gran lunga peggiore. I politici che sono venuti in visita promettendo soluzioni drastiche non hanno lasciato alcun segno. La sofferenza è continua, mentre quello che avrebbe dovuto essere uno degli ospedali più importanti in Lombardia, si sta impoverendo e perdendo credito. Per non parlare dell’ospedale Del Ponte: al di là dei grandi proclami non c’è nulla. Noi abbiamo creato e fatto decollare un grande ateneo, ma oggi tutto è a rischio perchè si è persa la voglia di lottare per crescere».

I RACCONTI IN OCCASIONE DEL DECENNALE

di alessandra.toni@varesenews.it
Pubblicato il 13 luglio 2018
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