La tecnologia è solo un mezzo, le imprese devono decidere dove andare

Presentata la ricerca “Analisi del fabbisogno manageriale delle imprese dei territori di Varese e Como rispetto alla digitalizzazione” finanziata da Fondirigenti e realizzata dai ricercatori della Liuc business school

Liuc generico

Quando un’università come la Liuc, nata per supportare le imprese del territorio, si interroga sull’industria 4.0, è come se si interrogasse sul proprio destino. La ricerca “Analisi del fabbisogno manageriale delle imprese dei territori di Varese e Como rispetto alla digitalizzazione”, finanziata da Fondirigenti e realizzata dai ricercatori della Liuc business school, aiuta infatti a capire anche la direzione presa dall’ateneo di Castellanza e del ruolo che vuole esercitare in questa fase di cambio epocale. Il rettore, Federico Visconti, parla esplicitamente di university 4.0 dove si fa «ricerca applicata rigorosa e vicina alle imprese». Un luogo dove l’attenzione al metodo e alle partnership sono la via per governare un cambiamento che, secondo Marco De Battista, dell’Unione industriali è principalmente «un problema culturale». (In primo piano nella foto Raffaele Secchi, direttore della Liuc business school)

Il mondo accademico deve dunque guidare la comprensione di un fenomeno che è solo all’inizio e su cui non c’è univocità, né sul termine usato per identificarlo né sul suo significato. Secondo la docente della Liuc Eliana Minelli, è su questo compito cruciale, cioè la produzione della cultura necessaria per sostenere il Paese nel cambio di passo, che «l’università si gioca la propria rilevanza».

I RISULTATI DELLA RICERCA
L’indagine realizzata dai ricercatori della Liuc business school, Andrea Urbinati e Niccolò Comerio, su un gruppo campione costituito per il 64% da imprese della provincia di Varese e per il 16% da aziende della provincia di Como, tutte con più di 50 dipendenti, ha individuato 6 capacità (skills) necessarie nei prossimi dieci anni per affrontare la sfida della digitalizzazione. Il capitale umano avrà bisogno a livello individuale di critical thinking, technical e creativity, mentre a livello di team di problem solving and decision making, comunication and collaboration, information management. Le maggiori criticità, a sentire le aziende, riguardano la capacità di raccogliere ed elaborare informazioni, il cosiddetto critical thinking, e di trovare soluzioni adeguate alle condizioni di partenza (problem solving). Secondo i ricercatori, emerge inoltre la necessità «di un rafforzamento mirato anche rispetto alle altre competenze, in particolare la capacità di sviluppare idee creative».

C’è dunque un grande lavoro di training da fare anche perché le imprese intervistate in questa fase hanno investito più in innovation technology e automazione (3,20% del fatturato) piuttosto che in formazione (2,15% del fatturato), nonostante l’elevata consapevolezza da parte delle stesse rispetto ai nove pilastri dell’industria 4.0, ovvero big datarobot autonomi, sistemi di simulazione, internet delle cose, cybersecurity, cloud, integrazione dei sistemi informativi, additive manufacturing e realtà aumentata. La quasi totalità del campione conosce infatti i temi della cybersecurity, cloud e additive manufacturing, mentre supera il 70% la conoscenza dei sistemi di simulazione e di realtà aumentata. «Il fatto che ci sia una conoscenza del fenomeno – hanno spiegato i ricercatori – non è però indice del suo livello di rilevanza».

Gli imprenditori conoscono bene gli strumenti dell’industria 4.0ma solo un terzo del campione di riferimento ritiene l’additive manufacturing e la realtà aumentata strategici, dando invece maggiore rilevanza alla simulazione, integrazione dei sistemi informativi, internet delle cosecybersecurity. La conoscenza unita alla rilevanza può tradursi in un’adozione futura da parte delle imprese di alcune di queste tecnologie, sta di fatto che c’è un gap tra la rilevanza percepita e gli investimenti già fatti e quelli pianificati per il futuro. Differenza che si attesta su una media del 36%, ma che si riduce sensibilmente quando si parla di cloud e robot autonomi (20%) per aumentare con internet delle cose (58%) e sistemi di simulazione (53%). Nonostante questo gap la propensione media al cambiamento, cioè la differenza tra investimenti futuri e quelli attuali, è significativa (21%).

LA FORMAZIONE DELLA LIUC BUSINESS SCHOOL
Se il ruolo dell’università è produrre cultura digitale a sostegno dello sviluppo delle imprese, alla Liuc, spiegano i ricercatori Rossella Pozzi e Giovanni Pirovano, si impara facendo grazie all’’I-Fab, un laboratorio che simula il funzionamento di una fabbrica organizzata secondo logiche lean e utilizza molti degli strumenti propri dell’industria 4-0.

Concentrarsi però troppo sulle tecnologie può creare confusione tra il tema del fine e quello dei mezzi. «In questi ultimi anni – conclude Raffaele Secchi, direttore della Liuc business school -, dimenticando che è solo un mezzo, si è lavorato molto sulla tecnologia senza capire dove le imprese dovevano andare. Prima di lavorare sulle tecnologie, bisogna lavorare sui processi perché inserire una tecnologia nuda in un processo già di per sé caotico più che vantaggi può creare ulteriori danni. In questa fase l’industria 4.0 ha bisogno di tanta contaminazione».

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Pubblicato il 12 luglio 2018
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