Piccolomo parla dalla “gabbia”: zittito dal presidente

L’imputato si innervosisce quando arriva una delle figlie: “Te ne devi andare”. “Lei stia zitto”, ha ribattuto il giudice Orazio Muscato, “altrimenti la faccio espellere”. Nel pomeriggiosentiti gli operatori del 118

piccolomo galleria bis

L’uomo dietro alle sbarre è nervoso, cammina di tanto in tanto e gesticola.

Verso mezzogiorno entra sua figlia nell’aula della corte d’assise dove si celebra il processo per la morte di sua moglie, di cui è accusato. Cinzia siede dal suo avvocato, in prima fila, e dalla gabbia si alza l’unica voce di chi la abita: “Lei non può stare qui, se ne deve andare. Te ne devi andare tra il pubblico”.

“Lei stia zitto”, ribatte il giudice Orazio Muscato, “altrimenti la faccio espellere”.  Attimi di tensione nell’udienza di oggi a Varese per la morte di Marisa Maldera, moglie di Giuseppe Piccolomo.

Diversi i testi ascoltati questa mattina in aula: dai testimoni di quella notte che hanno visto bruciare l’auto, a chi passo’ a Caravate dalla via XX Settembre e invece vide un’auto quei parcheggiata nel prato, nello stesso posto dove venne trovata poco dopo in fiamme con all’interno il corpo della donna.

“AMORE MIO CHE BRUTTA FINE CHE HAI FATTO” – Questa frase l’ha sentita Paola Vielli, una delle persone ascoltate oggi durante il processo. Abita, la signora, a un centinaio di metri da dove avvennero i fatti. «Ero a casa e nel cuore della notte ho sentito le urla della donna. Questione di pochi secondi ed ho poi avvertito un bagliore e il suono che emette il fuoco quando fa la vampata. A quel punto sono scesa in strada ed ho visto Piccolomo che correva e saltava in cerchio alla macchina in fiamme. E l’ho sentito urlare quella frase: “Amore mio, che brutta fine che hai fatto”».

LE URLA DAL CITOFONO – È terribile il racconto di chi, pur non avendo assistito alla scena, ha vissuti i primi attimi di quella tragedia. «Erano le tre circa, mi sono svegliato e ho sentito delle grida venire da strada. Ho allora alzato la cornetta del citofono e ho sentito le urla che provenivano dalla strada. È a quel punto che sono uscito», ha raccontato il figlio del proprietario del campo su cui è avvenuto l’incendio dell’auto, un capo che serviva per produrre il foraggio per l’allevamento dell’agricoltore.

PARCHEGGIATI NEL CAMPO – Oltre a chi assistette al rogo della Polar, quella notte c’è anche chi passo dalla via XX Settembre in auto e notò quel veicolo «come fosse parcheggiato nel campo». È Carmelo Romano Giglia, che coi suoi fari ha per qualche secondo illuminato il veicolo: niente fiamme, niente ombre, nessun rumore: «Sembravano un’auto di gente appartata. Ho continuato il viaggio con di fianco la mia fidanzata, e me ne sono andato».

LE MEDICINE – È stato ascoltato il medico di famiglia, il dottor Pirotta per appurare le condizioni di salute della vittima e verificare se facesse o meno uso di benzodiazepine.

LA POLIZZA – È stato sentito anche l’assicuratore della compagnia dove venne sottoscritta nel 2002 – un anno prima della tragica fine di Marisa – una polizza vita che fra le condizioni standard prevedeva la triplicazione del risarcimento in caso di morte per incidente stradale.

Da quanto emerso durante il dibattimento, al beneficiario della polizza è stata dalla compagnia assicuratrice elargita una prima tranche di 38 mila euro nell’immediatezza della morte della donna, a cui se ne sono aggiunti altri 76 mila a fine novembre del 2015.

I SOCCORRITORI – Nel pomeriggio, dopo la pausa, sono stati ascoltati i componenti dell’equipaggio del 118 che la notte del 20 febbraio 2003 vennero chiamati per operare il soccorso sanitario e che per primi arrivarono sul posto.

Oltre all’ambulanza della Croce Rossa Italiana intervenuta, vi fu anche un secondo mezzo sanitario sul posto, un’automedica.

Mentre i volontari del soccorso hanno ricostruito lo scenario che si parò loro di fronte, con un incendio già avviato che avvolgeva la Volvo con alte fiamme, il medico ha spiegato che una volta spento il rogo non fu possibile fare altro che constatare il decesso della donna, che presentava “ustioni incompatibili con la vita”.

È stato inoltre ricordato che il corpo della povera Marisa era stato trovato sul sedile del lato passeggero ma rivolto verso la parte del conducente, con le mani che uscivano dall’unica portiera aperta, nell’ultimo, inutile, slancio verso la salvezza che fra quelle fiamme la donna non ha però trovato.

di andrea.camurani@varesenews.it
Pubblicato il 13 luglio 2018
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