Renzo Dionigi: “Ecco perché fu chiamata Università dell’Insubria”

Fondatore e rettore per 14 anni, Renzo Dionigi ricorda alcuni momenti cruciali della nascita dell'ateneo cittadino

foto storiche

In occasione dei festeggiamenti, il primo rettore e uno dei fondatori dell’Università dell’Insubria, il prof. Renzo Dionigi, ricorda alcuni aneddoti delle prime fasi di vita dell’ateneo


Vent’anni di vita, per un Ateneo di piccole dimensioni, non sono pochi,rappresentano comunque gli anni in cui si pongono le basi per il suo sviluppo, la sua crescita e il suo ruolo, a livello locale, nazionale e internazionale.

Durante i primi quattordici di questi venti anni ne sono stato il rettore e i miei dossier personali sono ricchi di episodi, corrispondenza e ritagli di giornali che
saranno utili a chi un domani vorrà tracciare la storia degli inizi di questa avventura.

Oggi, in occasione della celebrazione del ventennale, voglio solo ricordare alcuni episodi, forse minimi, ma poco noti ai più.

Perché il nome Insubria? Quando Luigi Berlinguer mi anticipò telefonicamente che a breve avrebbe firmato il decreto istitutivo di quattro nuove Università, mi disse: «Renzo, mi raccomando, sai bene che istituire un’Università di Varese è impossibile, è quindi utile e necessario che vi uniate con Como».

In effetti, Como, che avrebbe voluto una sua autonoma università, non era riuscita a trovare un accordo con la sede distaccata del Politecnico e, suo malgrado, cedé all’unione con Varese.

A mio parere, ciò fu la fortuna di entrambe le sedi: un’università bipolare(anche se in psichiatria il termine ha ben altro significato …) avrebbe avuto maggiori possibilità di “sopravvivenza” e di sviluppo.

Durante la stessa telefonata, il Ministro, al quale ero legato da rapporti di amicizia sin dai tempi in cui lui era rettore a Siena, continuò dicendo: «Mi raccomando, Renzo, trova un nome che dia l’idea dell’unione e che contribuisca a evitare gli inutili campanilismi che purtroppo esistono tra due città». «Ci provo»  risposi.

Le altre tre università che venivano istituite nello stesso anno erano l’Università del Sannio (Benevento), l’Università della Tuscia (Viterbo) e l’Università del Piemonte orientale (Vercelli, Alessandria, Novara). Le prime due facevano ricorso alla geografia storica per la loro identificazione.

Perché non fare lo stesso? Mi ricordai che a Pavia, nella sede centrale, a lato dell’aula in cui si tenevano le lauree di Medicina, v’era una lapide che riportava la definizione del Parini di Pavia “L’insubre Atene”. Scartabellai fra le antiche carte geografiche della mia collezione (ora a Villa Toeplitz) e, in effetti, notai che il territorio degli Insubres era sempre ben indicato nella cartografia del XV-XVI secolo.

Ma ciò che colpì maggiormente la mia attenzione fu una carta dell’Ortelio del 1590 in cui, nel territorio insubre, a nord di Mediolanum, vi è inciso il nome di un sobborgo denominato “Insubria”, equidistante da “Baretium” (Varese) e da “Novum Comum” (Como). Insubria, stando alla posizione, potrebbe coincidere con Castelseprio.

Essendo io allora prorettore ad interim nominato da Berlinguer, su indicazione deirettori Mantegazza e Schmid, proposi quindi al Ministro la denominazione Università degli Studi dell’Insubria.

Questa precisazione per indicare, una volta per tutte, che la scelta fu individuale e basata esclusivamente su criteri storico-geografici.

Un altro episodio, poco noto ai più è che le Università gemmanti, Milano e Pavia, dovevano ovviamente deliberare nei loro Senati Accademici l’istituzione del nuovo Ateneo. Io allora partecipavo alle sedute del Senato dell’Alma Mater in quanto preside della seconda facoltà di Medicina. Quando vi fu la discussione di questo punto all’ordine del giorno, si scatenò un putiferio. Ebbi la sensazione che Pavia non volesse più concedere la sua approvazione.

Il preside di Medicina di Pavia, Egidio Romero, si scagliò contro di me e cercò di convincere il Senato, che per Pavia sarebbe stata una perdita irreparabile: «È tutta una manovra da “il Gatto e la Volpe”!!!, se oggi passa, ci pentiremo!». Il Gatto e la Volpe eravamo Paolo Cherubino ed io, e quando non eravamo il Gatto e la Volpe eravamo “il figlio di Rosso Maltese” (Paolo) e “l’Amerikano” (io).

La delibera passò a maggioranza risicata, e Romero ci tolse il saluto.

A posteriori, devo riconoscere che le osservazioni di Romero, che riguardavano esclusivamente Medicina, in breve tempo si realizzarono. Paolo, figlio del grande e amato-temuto precedente preside Mario Cherubino – dai capelli rossi e nato a Malta –, ed io, lui in qualità di preside e io di rettore, da Pavia chiamammo solo i migliori, e rinforzammo la Facoltà con prestigiose chiamate da Firenze, Napoli, Torino, Lecce, etc. Si agiva in sintonia, sempre e solo nell’interesse della Facoltà medica, che in pochi anni raggiunse notorietà a livello nazionale e internazionale.

Avevamo i nostri alti e bassi, come due coniugi – non mi si fraintenda – ma molti erano gli “alti” e pochi i “bassi”. A Varese, da Pavia erano già presenti Capella, Venco, Tavani, De Luca, Lo Curto, Pasquali, poi giunsero Bolis e Grossi.

Paolo ed io avevamo anche molte soddisfazioni professionali: tanti, forse tutti i maggiori clinici pavesi che in età avanzata presentavano problemi chirurgici o ortopedici, lasciavano Pavia per farsi operare da noi.

A ciò si aggiungano i tanti personaggi della vita pubblica italiana che si sono rivolti a noi: un periodo “d’oro”, durante il quale anche la città si rese conto di avere un’Università degna di attenzione. Sì, perché anche Scienze, con il preside Lanzavecchia, ed Economia, con Sdralevich, avevano adottato la stessa strategia di Medicina: scegliere i migliori con un altissimo profilo professionale e scientifico.

Quante altre cose belle da raccontare, teniamole per il Venticinquesimo!

DIONIGI COMMENTA IL DECENNALE DELL’INSUBRIA

di redazione@varesenews.it
Pubblicato il 13 luglio 2018
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