"Ce l'abbiamo solo noi...Cecco, Cecco..." I tifosi amano
Vescovi e lui con il suo fare disincantato e tranquillo ama la sua città. Trentasei anni
tra pochi giorni, oltre cinquecento partite in serie A, settanta presenze in nazionale.
Cecco Vescovi è certamente uno dei pilastri della nuova squadra. L'esperienza, la calma,
ma anche un'incredibile grinta, una precisione nel tiro e una buona difesa ne fanno ancora
oggi uno dei migliori giocatori del basket italiano. Ma di Vescovi non colpisce solo
questo, ma la serietà, la profondità con cui affronta le questioni. Non fa tanta
filosofia, ma ha idee ben precise come nel caso del lavoro. "Lavorare divertendosi è
la cosa più bella e non riguarda certo solo la pallacanestro, ma qualsiasi
attività".
Vescovi ha un'esperienza tale da permettergli di capire cosa va e non va nella squadra. E
allora si parte proprio da questo dato essenziale per capire come sarà la prossima
stagione. Come vedi la nuova squadra?
«È tutta da scoprire. È troppo presto per fare bilanci. Certo molto dipenderà da come
si presenterà il centro che dobbiamo prendere. Oltre a questo l'altro elemento
fondamentale è legato al clima nello spogliatoio, a quanto saremo capaci di fare gruppo.
Non è tanto una questione legata alla vita fuori, ma al legame che si stabilisce in
campo».
Cos'è che non è andato bene nella passata stagione?
«L'errore imperdonabile all'inizio è stato quello di non cercare l'amalgama. I nuovi
arrivati non si sono inseriti e a poco a poco non c'era motivazione. Questo non dipende
dall'allenatore, ma dalla volontà dei giocatori. Del resto si è visto bene lo scorso
anno. L'arrivo di Bianchini ha portato a qualche cambiamento, ma alla fine i risultati non
sono arrivati lo stesso».
Ora che clima c'è?
«Direi buono. Il fatto che non si giochi ci permette di essere meno stressati, di non
subire troppa pressione dandoci tempo di far inserire i nuovi e soprattutto i giovani».
Rispetto alla capacità di far gruppo quanto si sente
l'assenza di Meneghin?
«Molto, lui faceva gruppo e poi gli piaceva lavorare duro, ma morto un papa se ne fa un
altro. Certo Andrea oltre alle qualità tecniche aveva quelle umane. Una persona onesta,
brillante e quindi davvero importante per la squadra».
Senti il peso di essere uno dei beniamini del pubblico?
«Beh, mi lusinga molto anche se spero che i giovani trovino la voglia e il coraggio di
rubarmi questo ruolo. È importante questo sia per Varese che per loro. Da parte mia vado
avanti perché mi piace e ho la grinta necessaria. Ogni fine anno faccio il bilancio e se
ho le motivazioni giuste continuo a giocare. Per questo faccio contratti annuali e non
prendo impegni a lunga durata».
Quali sono i tuoi obiettivi per questa stagione e quali
quelli della squadra?
«Come prima cosa entrare nei playoff, e sicuramente farlo facendo divertire i tifosi.
Loro pagano ed hanno diritto a star bene con la loro squadra. Rispetto a me invece mi
piacerebbe essere di aiuto ai giovani. Mi piacerebbe trasmettergli l'esperienza».
È per questo che ti chiamano "professore"?
«Boh, forse perché porto gli occhiali. O magari perché mi vedono calmo».
Cecco sorride. Sta bene. Varese è la sua terra. Il 10
ottobre compirà 36 anni, ha due figli Edoardo di 5 anni e Camilla di 5 mesi. C'è da
credere che saprà ancora dare molto alla sua città e sicuramente resterà un inno che la
curva non dimenticherà facilmente.
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