Jelena
é seduta davanti alla roulotte. Sorride. Dallalto dei suoi 77 anni guarda il campo
nomadi di via Gasparoli. Sette famiglie e quaranta persone in tutto. Jelena è nata in
Francia e ha girato lEuropa come ogni zingaro Rom. I suoi parenti dicono sia molto
brava a divinare il futuro, in particolare con i fagioli secchi, 41 bulbi che vengono
sbucciati opportunamente secondo un antico rito, che loro assicurano essere infallibile.
Ogni tanto vengono anche delle signore da Cassano Magnago per ascoltare le sue profezie.
Si fanno leggere il fondo della tazza, dopo aver bevuto con lei il caffè turco. Perché
nel fondo della tazza, dopo aver ingerito la bevanda, ci sarebbe la traccia
dellanima. La figlia, Miriana Stonojevic, 43 anni, già nonna a dispetto
delletà, ha voglia di parlare. Sa che sulla loro testa pende un'ordinanza di
sgombero: «vogliamo restare qui. Siamo in condizioni igieniche difficili, ma vogliamo che
i bambini vadano a scuola e poi a lavorare». Ma come si mantengono questi nomadi?
«Vendiamo fiori spiega Nebojsia Jovanovic, 43 anni qualcuno va a fare la
carità, ma non i bambini». Già. I bambini. Ce ne sono molti in giro. Vanno in bici o siedono fuori dalle
roulottes. Jovanovic, detto Pusko, è serbo. In Jugoslavia la casa ce lha. Ma manca
dal suo paese dalletà di 12 anni. «Non saprei più che fare lì» dice. «Qui i
nostri bambini vanno a scuola». E mostra le pagelle. Che non sono affatto male, con voti
che vanno dal buono al distinto. Ne leggiamo una: «K. Non ha fatto alcuna fatica ad
inserirsi nel nuovo ambiente allacciando rapporti positivi con i compagni. Partecipa
volentieri alle attività, generalmente presta attenzione, sa organizzarsi in modo
autonomo quando comprende con sicurezza le richieste. Procede gradualmente negli
apprendimenti». Le altre dicono più o meno le stesse cose. Le condizioni igieniche non sono granché. Per i bisogni vanno nel bosco e
lodore a tratti si sente. Le roulottes allinterno sono pulite e dignitose. Le
auto non sono di grossa cilindrata. «Non sono nostre le Mercedes» dice Pusko. Dopo un
attimo però arriva proprio una Mercedes nera molto lussuosa. «È un nostro amico che
viene da Milano». «Sì è vero ammette sempre Pusko qualcuno di noi
rubava, ma da quando siamo qui non é più successo. Qui noi vogliamo restare onestamente.
Io sono operaio. Adesso lavoro come muratore saltuario a Milano. Alcuni di noi sono
iscritti in cooperative per le pulizie domestiche». Ma che un ricercato per omicidio sia
passato da qui, non lo negano. «È passato perché lo conoscevamo, ma non si è
fermato». Qualche giorno fa, il comunista Renato Pagnan diceva al sindaco che i nomadi
non sono dei santi, che se qualcuno ruba non bisogna scontare nulla, ma che
contemporaneamente non sono persone così diverse da noi. Limpressione è proprio questa. Un pizzico di furberia forse è da
mettere in conto. Se la guardiamo dal lato giudiziario, poi, rileviamo che spesso i nomadi
si macchiano di reati di furto e ricettazione. Raramente di rapine e omicidi. Quanto al
resto non cè proprio nulla di cui aver paura ad andare in via Gasparoli. Tanto che
qualche settimana fa ci sono venuti 150 bambini con le parrocchie. È passato anche il
sindaco, dicono loro, ma è rimasto in macchina e poi è andato via. Dicono di volere solo
acqua e luce, e di non chiedere nessun sussidio, che poi, il lavoro, se lo cercheranno da
soli. Pochi giorni fa è venuta una vigilessa a spiegare come dovevano dividere i rifiuti,
tra sacchi gialli e sacchi viola. «Siamo andati anche a noi a comprarli, i sacchi, come
tutti gli altri cittadini». Di Uslenghi non vogliono parlare. «Lui ci odia» dicono. Per
capire le sue intenzioni, dovrebbero chiedere alla vecchia Jelena di leggere il fondo
della sua tazza di caffè.
«Sarà molto difficile che venga a prendere il caffè con noi» dice Jelena in francese.
E ride.
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