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04/06/07
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Tradate  - Varesenews pubblica un racconto inedito di uno scrittore tradatese basato su "Starship troopers" uno dei successi del regista pardo d'oro 2000
Da un film di Verhoeven un inedito letterario varesino

Pubblichiamo, ringraziandolo per la cortesia che ci usa, un racconto inedito (altri della raccolta "Lettere Nere" sono stati pubblicati su alcune riviste di letteratura) realizzato nel 1998 da uno scrittore tradatese (è ancora lì la sua residenza, anche se oramai vive tra Parigi e Tokio): Andrea Raos.

Il motivo per cui lo facciamo, e lo facciamo ora all'interno dello speciale festival di Locarno 2000, è che lo spunto esplicito del racconto è il film di Paul Verhoeven "Starship troopers", uno dei film più benvoluti dalla critica del regista olandese, che riceverà il 12 agosto il pardo d'oro alla carriera.

Andrea Raos è nato a Tradate (Varese) nel 1968. Vive a Tokyo. Ha pubblicato la raccolta di poesia Discendere il fiume calmo, in Poesia contemporanea. Quinto quaderno italiano, Milano, Crocetti, 1996. Sezioni del suo lavoro in corso, Lettere nere, sono uscite su varie riviste. È presente nel progetto ákusma. Forme della poesia contemporanea, Fossombrone, Metauro, 2000.

 

da Lettere nere (1996-2000)

INTIMORITO DAL CREPUSCOLO (DUE FILM. DUE).

 

Starship troopers, visto oggi, 21 gennaio 1998, primo giorno di uscita nelle sale frustate dal vento - almeno qui, in questo paese, in una città svanita dietro il proprio nome -, ma due studi di effetti speciali citati nei titoli di coda risvegliano ogni fantasia, Pixel Liberation Front e Banned From The Ranch Entertainement

(ma quanti sono allora gli ex della rivolta che convertiti alla realtà del capitale /

è.una.linea.di.azione.nel.possibile.incredibile. /

e siamo tuttora malvisti ancora adesso cazzocredi / ).

poi, la raccapricciante somiglianza fisica del protagonista con Alfredo Astiz, un torturatore argentino del tempo dei militari di cui si è parlato per un po’ sui giornali, in un punto dello scorrere del tempo sui giornali. sarà di certo un caso ma sono veramente identici, in più la prima parte del film si svolge a Buenos Aires, signore onnipotente, tutto ciò non va per niente bene ho pensato.

ma un vento invernale soffia in città sulla sala cinematografica, un vento di mare danza felice come Querelle de Brest al disopra della citazione-parodia di tanti film di guerra, da Apocalypse Now a Full Metal Jacket. peraltro, tutti film antimilitaristi dichiarati che vengono presi in giro in un film invece falsamente militarista che vorrebbe con questo criticare il sistema, tale è la grande ossessione di tutti, di chi è fuori e di chi è dentro, forse non siamo poi sciocchi come sembriamo, vorremmo dirci, come se noi c’è chi nella vita vorrebbe entrare a testa alta e che noi c'è chi spera di non uscirne con i piedi avanti, dalla vita, e come.

e sembrerebbe quasi che la rivolta adesso sia della reazione, contro un sistema d’immagini che veicola idee di sinistra pur facendo parte di un sistema di oppressione mentre si traveste quest’ultimo con ideali ex-rivoluzionari - e questi ideali sostenuti dal denaro altrui subiscono qui la gelida presa per i fondelli di chi finge, per contrastare un sistema stante dietro a idee che sono poi le sue, e lo dice, o meglio appunto non lo dice ma si deve vedere che lo pensa, finge dunque di stare dall’altra parte, ma che forse ci sta davvero, ma che in realtà non si capisce proprio. un problema troppo complicato per me. cose che con la sinistra al governo succedono da sempre.

in quella bella mattina di maggio facevo il servizio civile nella biblioteca della città in cui sono nato e sono arrivati tre turisti di aspetto americano - in realtà di Montreal - ben vestiti, manifestamente ricchi, grassottelli, costose macchine fotografiche al collo. io come ogni obiettore in quella città in quel tempo ero di sinistra e leggevo Galeano quindi ho subito pensato cazzo vorranno questi qui ma ero l’unico che maneggiasse un po’ l’inglese, allora mi hanno detto sentili tu cos’è che hanno bisogno, in asintattica cadenza stupenda lombarda.

e uno dei tre mi spiega, I mean, eravamo in vacanza in Italia passavamo da Milano e vedo sulla carta il nome della tua città e mi dice: mi è venuto un colpo mi son detto devo andarci, assolutamente, you know, andavamo a Venezia ma abbiamo fatto questa deviazione perché non potevo farne a meno, you know what I mean, io sono nato qui, ne sai qualcosa tu?

e mi spiega tutto.

casco dalle nuvole, andate a domandare al comune al catasto - no ci siamo già stati, sono loro che mi hanno detto di provare qui - allora il capo della biblioteca dice perché non provate a chiedere a.

e così facciamo.

adesso siamo in un negozio di abbigliamento in centro - un negozio che da qualche tempo non esisterà mai più - e il proprietario è anche appassionato di storia locale, certo, mi fa, non lo sapevi, e a quel punto capisco, è in quella che adesso è una scuola media, ci hanno studiato anche i miei fratelli. chiaro che vi ci accompagno dico, a questo punto interessa anche a me - e per la stagione è già caldo e la catalogazione mi ammazza, ma questo lo penso soltanto -.

salutare e fuori.

meno di dieci minuti a piedi, arriviamo a quel facsimile-maniero - i canadesi di scarso senso storico sospirano ammirati di fronte alle merlature anticheggianti di un neogotico che non è neanche poi il peggiore, l’architetto non so come si chiama ma è lo stesso che ha fatto il Pedrocchi a Padova, il parco poi è splendido - e qui da parecchi anni ormai è diventato appunto una scuola media tenuta da religiosi, pavoniani si chiamano - incontriamo un giovane un novizio molto gentile capisce subito di cosa stiamo parlando, ci porta allora negli scantinati, davvero umidi e bui con porte di legno che cigolano e scale di pietra scivolosa da tener testa a qualunque castello neogotico di qualunque nordeuropa e ci mostra le poche tracce rimaste del passaggio: in sostanza qualche scritta in vernice rossa sui muri, in quell’alfabeto che nessuno di noi conosce - un amico mi ha spiegato poi che probabilmente era yiddish, si scriveva con l’alfabeto ebraico ma era in sostanza un dialetto tedesco -, il novizio sa a cosa erano adibiti i locali, stupefacenti quelle scritte che resistono dopo quasi cinquant’anni, di un rosso sempre vivo che illuminate dall’accendino si mettono a danzare - dovevano indicare il refettorio, congetturiamo noi, l’infermeria i cessi -. restiamo ancora qualche minuto, in realtà non c’è quasi nulla da vedere ma il canadese è comprensibilmente commosso, passeggiamo nel parco, sorridendo guardiamo le anatre nel laghetto poi andiamo al bar a bere un caffè, offrono loro e mi ringraziano, sei stato gentilissimo, ti lascio il mio biglietto da visita tu dammi il tuo indirizzo e scriverò, le cortesie insomma d’uso ove mi mostro degno esponente di popolo accogliente e loro in effetti sono molto simpatici, poi ripartono in automobile, una grossa e costosa presa a noleggio, un fuoristrada che a Venezia gli sarà utilissimo, io torno al lavoro, appena il tempo di raccontare il fatto ed è già ora della pausa pranzo, uscendo commentiamo io e il capo della biblioteca e pensare che non c’è nemmeno una lapide, alle elementari se ne parlava però sempre in generale, i polacchi i nazisti i tedeschi, non un accenno a cosa era successo qui in concreto - anche Hilberg non dice nulla, controllai nel pomeriggio -, e io ed il mio silenzio di adesso, che è forse poi un silenzio giusto, non voglio dire, anche se non fraintendetemi, è che il tacere l’ho ereditato, e se ognuno dovesse portare la propria testimonianza io la porterei di perché son giunto a questo balbettare, alla mia vergogna insopprimibile di parlare non solo o non tanto di allora ma anche di oggi o domani in mille altri luoghi, se non proprio a parlare in generale, anche, abituato se non all’indifferenza almeno al mutismo, ed è così da sempre, una costante quindi reazione a chi vuol dirti la vanità del soffrire e lentamente ti insinua nel sangue l’oblio, un dolorosissimo strappo al contrario che avverrà mai sempre per sperare di non avere tutto il torto anche se so che non è che si finisca poi così più tranquilli, forse ci si addormenta e basta e come in ogni sonno tutto può accadere, penso agli urli nella veglia che ho avuto spesso in questi anni e ai gemiti nel buio contorcendomi in sogno, se fossero incubi al contrario di me non-morto, questo il mio dire che ripeto, perché sottile è il panico - ma neppure disse il capo io non ne sapevo nulla è veramente uno scandalo.

ma uno scandalo piccolino, certo, impalpabile, di quelli che ad alcuni fanno crollare sorridendo il capo, è il soffio di vento che fa scendere una piuma in bilico e non sai - gelido speri - se cadrà brusca o se ce la farà a sfuggire invece alla pozza d'acqua e continuerà allora, forse, a librarsi ancora qualche istante in aria per la gioia di chi seduto al bar e la bella mattinata di maggio.

ma uno scandalo davvero, poi, di quelli che i vecchi dicono chi li capisce più questi giovani e i giovani dicono però che palle i vecchi.

ero entrato nel cinema intimorito dal crepuscolo ed un vento tagliente, da impazzire.

e a questo ho pensato guardando Starship troopers del regista Paul Verhoeven, olandese.

 

Andrea Raos

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